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Giuseppe Dessì :: Grande Scrittore Sardo, vincitore del Premio Strega nel 1972 col Romanzo Paese d'ombre.

Cultura Sarda > Personalità Sarde
Giuseppe Dessì
Giuseppe Dessì nacque a Villacidro nel 1909. Soffrì molto per le continue assenze del padre militare, tanto da avere problemi a scuola. Fu bocciato agli esami di licenza ginnasiale. Si ritirò dalle scuole regolari e divenne autodidatta. Fu inviato a studiare al Liceo Dettori di Cagliari e all'Università di Pisa. Qui conobbe il mondo intellettuale dell'epoca. Dopo la laurea, frequentò il gruppo raccolto attorno alla rivista "Letteratura". Intraprese la carriera di insegnante in varie città italiane. Divenne poi ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione. Protagonista dei suoi racconti come di tutta la narrativa di Dessì è la Sardegna.
Giuseppe Dessì Scrittore Sardo Biografia
Il suo primo romanzo pubblicato fu "San Silvano" (1939). "Michele Boschino" (1942), secondo romanzo di Dessì, è la storia di un contadino solitario e chiuso. Nascite, morti, amori, accadono secondo un susseguirsi "naturale", non legato al tempo né alla storia. Del 1961 è "Il disertore", tra le cose migliori scritte da Dessì e tra i migliori racconti della produzione italiana di quegli anni. Ambientato al tempo della prima guerra mondiale, racconta la storia del soldato Saverio. Il suo primo dramma, "La giustizia", fu diffuso dalla BBC inglese e poi dalla RAI. "Eleonora d'Arborea" (1964) è dedicato alla giudicessa sarda che nel Trecento animò la resistenza dell'isola contro gli Aragonesi. Nel 1972 Dessì pubblicò forse il suo romanzo migliore, "Paese d'ombre", che ebbe in quell'anno il premio Strega. Morì a Roma il 6 luglio 1977.
Nota Biografica
Tratta dal Libro Paese D'Ombre
Giuseppe Dessì; prefazione di Sandro Maxia Illisso Edizioni

Giuseppe Dessì nacque a Cagliari il 7 agosto 1909, ma le sue «radici» – come da lui stesso in più occasioni affermato – erano a Villacidro, cittadina alle pendici del Monte Linas dove da generazioni viveva la sua famiglia d’origine e dove trascorse gran parte della sua infanzia e adolescenza, rese difficili dalle frequenti assenze del padre, ufficiale di carriera le cui partenze per la guerra, dapprima quella libica e poi quella del ’15, erano continua fonte di angoscia per la moglie e i piccoli figli. Pessimo studente ma affascinato dal mondo della cultura e dei libri («per conto mio ero stato un ragazzo indisciplinato ma avido di letture – scrisse in un articolo di ricordi scolastici apparso in Belfagor nel maggio del 1967 – e m’ero confuso la testa con libri che non ero in grado di capire, pescati in una vecchia biblioteca di famiglia che mio nonno aveva prudentemente murato e che io avevo per caso riscoperto (…): l’Origine delle specie di Darwin, il Corso di filosofia positiva di Comte, l’Etica di Spinoza, la Monadologia di Leibnitz – opere che ricordo di aver letto in uno stato di lucido sonnambulismo, ma che sconvolsero la mia vita dalle fondamenta»), il giovane Dessì approdò già ventenne al Liceo classico “Dettori” di Cagliari – il Liceo che era stato anche di Gramsci – dove avvenne un incontro decisivo per la sua vita di scrittore e di intellettuale. Insegnava allora al “Dettori” il giovane storico Delio Cantimori, che notò quell’allievo ritardatario ma eccezionale e lo ammise alla sua biblioteca privata, offrendo una disciplina a quella disordinata curiosità intellettuale. Anche per consiglio di Cantimori, rafforzato dalle sollecitazioni di un altro giovane d’eccezione, Claudio Varese, conosciuto a Cagliari in casa di Cantimori e amico fraterno di tutta una vita, Dessì scelse di frequentare la Facoltà di Lettere a Pisa, dove si laureò nel ’36 con una tesi su Manzoni discussa con Attilio Momigliano. A Pisa Dessì, che non era “normalista”, frequentò tuttavia quell’ambiente, in forte odore di antifascismo; ne facevano parte, oltre a Varese, Aldo Capitini, Carlo Ludovico Ragghianti, Carlo Cordie, tanto per citare i piu noti: un gruppo di intellettuali influenzati dal lato filosofico da Gentile (meno da Croce) e dal lato politico dal liberalsocialismo dei Rosselli e di Guido Calogero, del quale anche Dessi sentira a lungo il richiamo. Uomo di scuola, dapprima professore di Lettere e poi Provveditore agli studi in varie sedi della Penisola, Dessì esordi come scrittore nel 39, con i racconti della Sposa in città, ma la sua firma era gia apparsa su varie riviste, tra le quali quella di Bottai, Primato, che ospitava contributi dei maggiori letterati e poeti del tempo. Lo stesso anno il primo romanzo, San Silvano, viene accolto con favore dai critici migliori e salutato dal piu autorevole e acuto tra loro, Gianfranco Contini, con un saggio dal titolo impegnativo: "Inaugurazione di uno scrittore". Contini, oltre a insistere sul respiro europeo dello scrittore sardo, indicava in Proust il primo dei suoi numi tutelari e certo coglieva nel segno. Ma altri autori hanno forse contato di piu per Dessì, che tra gli scrittori di lingua italiana del nostro secolo si distingue per un autentica e non dilettantesca passione per il pensiero filosofico della modernita, da Spinoza ad Husserl (in una lettera a Claudio Varese del 27 febbraio 1964, affermava: "Credo sia abbastanza facile trovare nei miei libri qualche ascendenza filosofica - il che e abbastanza raro in Italia. I pochi filosofi che ho letto mi sono serviti perche li ho amati come si amano i poeti, e forseanche di più!"). Ciò spiega l'interesse vivissimo di Dessì per una letteratura come quella tedesca del Novecento, particolarmente ricca di scrittori nutriti di pensiero filosofico. Thomas Mann, Hermann Hesse e Rainer Maria Rilke - autori che entrarono nella cultura letteraria italiana intorno agli anni Trenta - costituiscono una triade assai influente nella formazione culturale di uno scrittore che in quegli autori (sono parole di Varese) "cercava soprattutto la meditazione congiunta col racconto, la riflessione filosofica al limite della saggistica come una garanzia della possibilita, della difficolta, del valore e della ricchezza interiore della persona umana". Agli anni pisani, cosi fervidi di dibattiti e di letture, seguirono quelli dell'insegnamento a Ferrara, dove allora (siamo tra il 1939 e il 1941) risiedeva anche Varese e dove Dessi strinse amicizie nuove, tra le quali importante quella con Giorgio Bassani, che lo stimava molto e che a suo tempo avrebbe accolto nella collana dei narratori di Feltrinelli, da lui diretta, Il disertore. Nominato Provveditore agli studi nel '41, Dessì fu trasferito a Sassari, dove restò per tutti gli anni della guerra (nel 1946, lasciata la Sardegna, esercitò la sua professione di Provveditore in varie sedi del Continente, fino al definitivo trasferimento a Roma, avvenuto nel 1954). Gli anni sassaresi, dedicati alla stesura di un nuovo romanzo, Michele Boschino, furono anche anni di intenso impegno politico. Crollato il Fascismo, Dessì fu tra i fondatori della sezione sassarese del ricostituito Partito Socialista. Nel luglio del '44 fece parte del gruppo di intellettuali e politici di sinistra che dettero vita a Riscossa, un settimanale "politico, letterario e d'informazione" il cui primo numero fu aperto da un suo articolo di fondo intitolato "Amammo un'immagine segreta della libertà". In seguito, per un certo periodo di tempo egli non svolse attività politica in un partito, sebbene della vita civile non si sia disinteressato mai, ne delle cose della Sardegna. Nel 1960 accetto di essere presentato come indipendente nelle liste del PCI per il Consiglio comunale di Grosseto, dove soggiorno come Provveditore (in precedenza era stato nella stessa veste a Ravenna). Fu eletto e partecipò alla vita di quel Comune come consigliere dal ' 60 al ' 64, anno in cui fu colpito dalla malattia che lo accompagnera fino alla morte. Nel 1974 si iscrisse al PCI. Negli anni del neorealismo e della battaglia politico-culturale condotta dal gruppo dirigente del PCI per un'arte realista (non immune spesso da quel tipo di dogmatismo che va sotto il nome del delfino di Stalin, Z.danov), Dessì continua la sua ricerca letteraria, del tutto immune da tentazioni populiste o da facili ottimismi storicistici. L'idea di realismo che lo scrittore matura in questi anni non ha nulla a che fare con l'ortodossia pseudomarxista di cui si tentava di imporre l'egemonia. La sola realtà rappresentabile per Dessì è quella che matura nella coscienza, senza che siano ammissibili barriere tra il soggetto e l’oggetto: «Tutto è interno e tutto è esterno per l’uomo d’oggi», ammoniva Montale proprio in quegli anni; e Gadda, uno scrittore lontanissimo da Dessì ma come lui cultore profondo di Spinoza e di Leibnitz, respingeva del neorealismo la pretesa di obbiettività e l’incapacità di far avvertire dietro il fatto il misterioso pulsare di una realtà più profonda. Dessì, pur lontano politicamente da Montale e da Gadda, sta dalla loro parte in questa affermazione del primato della coscienza sulla nuda realtà fattuale. L’alternarsi della terza e della prima persona in Michele Boschino («Ci sono due punti di vista che interferiscono, quello oggettivo e quello soggettivo (…) ma il racconto è solo apparentemente continuato: in realtà è ripetuto»; lettera a Claudio Varese del 1947); il quasi totale ripudio del racconto “in presa diretta” a favore del racconto filtrato attraverso il monologo interiore dei personaggi, tipico del Disertore (pubblicato da Feltrinelli nel 1961), si fondano sul principio che l’unica realtà accessibile all’artista è quella situata al punto d’incontro tra il soggetto e l’oggetto, senza abdicazioni del primo dalla sua responsabilità di giudicare e senza per converso confinare il secondo nei limiti di una mera «rappresentazione». Secondo Dessì, il mondo della possibilità per l’artista è altrettanto concreto e palpabile di quello ritenuto reale. «Ogni tanto – leggiamo in un testo del ’58, Come un tiepido vento – mi capita di vagheggiare con l’immaginazione cose che avrebbero potuto avverarsi e che non si avverarono. E mi domando se ciò sia dovuto a un capriccio della sorte oppure sia la risultante di una serie di cause e di effetti che si perde al di là delle nostre possibilità di conoscenza. L’immagine che risulta da questo mancato inveramento del possibile, la proiezione dei “se”, a cui qualche volta mi abbandono, lungi dall’essere un totale capovolgimento di questo nostro mondo reale, non è che una modificazione, in apparenza insignificante, di esso, una saggia, prudente e perfino astuta messa a punto». Tra Michele Boschino e Il disertore si collocano numerose opere: le raccolte di racconti Isola dell’Angelo (poi col titolo Lei era l’acqua) e La ballerina di carta, entrambe del 1957, e i romanzi – tutti e due pubblicati a puntate sul Ponte, rispettivamente nel 1948 e nel 1953 – Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo e I passeri; il primo dedicato esplicitamente a quel fantasmatico e virtuale alter ego («un mio possibile coetaneo», l’ha definito lo stesso scrittore) che, dalla prima apparizione nella premessa della Sposa in città sotto le spoglie del pittore pazzo ai capitoli a lui dedicati nel postumo La scelta, sarebbe stato una presenza costante nella narrativa di Dessì; mentre il secondo, che in anni ancora gravati dalla polemica sul realismo «continua ad obbedire alle leggi più tipicamente dessiane della relatività della conoscenza» (A. Dolfi), fa scaturire una viva immagine dell’ultimo dopoguerra in Sardegna, tra occupazione tedesca e sbarco delle truppe statunitensi, attraverso le storie intrecciate di due donne travolte come tanti dai marosi della storia. Proprio al fine di salvaguardare le ragioni più profonde della sua poetica di narratore, Dessì volle ad un certo punto confinare (o forse meglio, sperimentare) l’esigenza di autonomia dei personaggi in una loro trasposizione per la scena, divenendo anche drammaturgo di indubbio successo, e di notevole mestiere. Rispondendo alla domanda di un critico sul perché di questa sua esperienza di autore per il teatro (ma va notato il compromesso raggiunto dall’autore col titolo abbastanza ambiguo di Racconti drammatici dato alle sue cose teatrali), Dessì disse: «[Intendevo] arrivare ad un’oggettività più sostanziale dalla quale non si possa ritornare indietro »; e aggiungeva: «Il massimo dell’oggettività è il dialogo, raccontare attraverso il dialogo, far parlare i personaggi, rappresentarli, farli vedere muoversi, far vedere gli avvenimenti agli spettatori così come si svolgono, senza intermediari, senza interventi». Così I passeri, previa potatura di alcuni personaggi, non a caso i più introversi, diverrà Qui non c’è guerra, pubblicato da Feltrinelli nel 1959 assieme all’altro “racconto drammatico” La giustizia (già apparso però nel ’57 su Botteghe oscure); e L’uomo al punto (trasmesso dalla RAI sulla terza rete nel ’61) ha un lontano riferimento nel racconto La frana. Il successo della Giustizia – radiotrasmessa in Italia e dalla BBC nella traduzione di David Paul e poi messa in scena dal Teatro stabile di Torino nel gennaio del ’59 con la regia di Giacomo Colli e giunta in molte città italiane – è probabilmente all’origine della decisione della RAI di far inaugurare il secondo canale televisivo nel 1962 con un “originale” del nostro scrittore, La trincea, nel quale è in scena, senza mitizzazioni, la Brigata Sassari, incunabolo per Dessì del sardismo più autentico, ossia meno incline a chiudere la Sardegna nel recinto del regionalismo («Ci ho messo dentro un intero reparto di fanteria con armi, bagagli, fango e pidocchi – ha precisato lo stesso Dessì. – Ho rappresentato una battaglia e la conquista d’una trincea sotto il fuoco nemico, il bagliore degli scoppi, la luce spettrale dei razzi illuminanti»). Infine, nel 1964, l’anno infausto in cui Dessì fu colpito da un’emiplegia, vide la luce, nella collana “Quaderni dei narratori italiani”, diretta da Nicolò Gallo per Mondadori, l’ultimo “racconto drammatico”, Eleonora d’Arborea. Con scelta significativa, il dramma (che purtroppo non è stato mai rappresentato) si intitola all’eroina più famosa della storia sarda, tenendosi però alla larga dalla visione mitica che ne ebbero gli intellettuali romantici (gli stessi che furono autori delle false Carte d’Arborea). Certo ha agito nella fantasia di Dessì, oltre la famosa tesi di Lussu sulla Sardegna come «nazione mancata», una visione alquanto leggendaria del periodo dei giudicati, e specie di quello d’Arborea, come di un periodo ricco di contenuti di autogoverno. Ma il centro di gravità del dramma risiede nella consapevolezza postuma della sconfitta che serpeggia anche nei momenti di maggiore tensione euforica e che troverà alla fine un simbolo globale nella peste bubbonica che piega le ultime resistenze dell’esercito di Eleonora, restituendo la giudicessa – nella quale rivive, in circostanze tanto mutate, il dramma della madre del Disertore – al suo popolo falcidiato dalla morte. Nell’ultimo decennio della sua vita Dessì ha convissuto stoicamente con la malattia, ma non se ne è lasciato travolgere. Tra il 1965 e il ’66 escono le antologie Scoperta della Sardegna, con un importante saggio introduttivo, e Narratori di Sardegna (in collaborazione con Nicola Tanda), e il volume di racconti Lei era l’acqua. Ma il culmine del decennio è toccato nel 1972 con la pubblicazione di Paese d’ombre, romanzo di respiro epico centrato sulla figura di un notabile sardo, riformista e modernizzatore, sullo sfondo del periodo che va dall’Unità d’Italia alla prima guerra mondiale. Il premio Strega, assegnatogli quell’anno, valse a riproporre al pubblico l’opera di uno scrittore costretto da diversi anni al silenzio. Dessì attendeva alla stesura dell’ultimo romanzo, La scelta, che sarebbe apparso postumo e incompiuto, quando morì, il 6 luglio 1977. Postumi sono stati pubblicati inoltre, a cura di Anna Dolfi e con la collaborazione della vedova Luisa Babini (e sempre con il vivo interessamento di Claudio Varese, l’amico fraterno che ha tra l’altro dettato una bellissima prefazione alla Scelta) la raccolta di saggi e articoli Un pezzo di luna e il volume di racconti Come un tiepido vento. Completano l’elenco dei libri postumi il volumetto delle Poesie e I diari (1926- 1931), curati rispettivamente da Neria De Giovanni e da Franca Linari. Si attende, sempre a cura della Linari, la pubblicazione di un secondo volume contenente i diari stesi dopo il 1931.

Villacidro il lago sul rio Leni.
Villacidro  panoramica del paese.
Letteratura contemporanea in Sardegna
Il secondo dopoguerra si caratterizza in Sardegna per il "ritorno" a una sia pur limitata forma di autogoverno. Nel 1948 la Repubblica Italiana concede alla Sardegna lo status di Regione Autonoma a Statuto Speciale con un proprio esecutivo e un consiglio regionale in grado di legiferare. Il dibattito culturale si orienta sul ruolo degli intellettuali nel processo di "Rinascita" dell'isola. In particolare, assume rilievo l'esperienza della rivista "Ichnusa" (1949-62) diretta da Antonio Pigliaru, intellettuale che scrive "La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico". L'eredità del pensiero di Antonio Gramsci in Sardegna è fortissima anche per la presenza dell'isola negli scritti dell'intellettuale antifascista. A parte Giuseppe Dessì, Salvatore Cambosu e Salvatore Satta, si distinguono per la creazione di opere letterarie in italiano Franco Solinas, Maria Giacobbe, Paride Rombi, Giuseppe Fiori, Gonario Pinna, Francesco Masala, Antonio Cossu, Francesco Zedda, Antonio Puddu. Il fallimento della industria petrolchimica, nella quale si pretendeva di investire gli ingenti interventi finanziari di aiuto dello Stato, genera dagli anni settanta in poi un diffuso senso di sfiducia nei confronti della nuova era autonomistica. Si riscopre l'uso della lingua sarda (minacciata di estinzione dai nuovi mezzi di comunicazione di massa) e si crea un movimento per il suo riconoscimento come lingua ufficiale. Michelangelo Pira per la letteratura in sardo, e Sergio Atzeni per quella in italiano, aprono nuove stagioni e prospettive.
Secondo Giovanni Pirodda, storico della letteratura tra i più affermati, per un certo periodo, intorno agli anni settanta, la pubblicazione di opere di autore sardo coincide con una certa "idea" della Sardegna. Una visione di un luogo fuori dalla storia, mitico, isolato, selvaggio. Forse per questo "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta e "Padre padrone" di Gavino Ledda diventano casi letterari. Il neosardismo, corrente politico-culturale che rivendica un diverso status per lingua, identità e sovranità dell'isola, porta a un rinvigorimento della letteratura in "limba" che scopre lentamente la via della prosa scritta nella forma del romanzo. Per la prosa in italiano si distinguono negli anni ottanta Salvatore Mannuzzu con "Procedura" e Giulio Angioni con "L'oro di Fraus" che fondano, in qualche modo, una corrente letteraria giallistica basata sull'investigazione poliziesca. Anche Bachisio Zizi con "Erthole" e Michele Columbu con "Senza un perché" riescono a mettersi in evidenza. Negli ultimi anni la produzione letteraria sarda si è allargata a dismisura (in particolare quella basata sulla investigazione poliziesca) proponendo diversi nomi e titoli sui quali ancora la critica letteraria non ha espresso giudizi definitivi. Fino al caso emblematico della scrittore Nicola Lecca, cagliaritano di nascita, che raggiunge una certa notorietà nazionale, ma annulla completamente nella sua opera la sardità quale misura e essenza dello scrivere. Una tendenza a superare i confini isolani che si scontra e coesiste con il costante lavoro degli intellettuali al lavoro sul tema dell'identità dell'isola.

 

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