Cookie Consent by Free Privacy Policy website

Porto Torres :: Uno dei maggiori porti della Sardegna, famosa anche per i suoi scavi archeologici delle terme e per la chiesa di San Gavino. - Le Vie della Sardegna :: Partendo da Sassari Turismo, Notizie Storiche e Attuali sulla Sardegna, Sagre Paesane e Manifestazioni Religiose, Cultura e Cucina Tipica Sarda, Monumenti da visitare, Spiagge e Montagne dell'Isola. Turismo in Sardegna, itinerari enogastrononici e culturali, suggerimenti su B&B, Agriturismi, Hotel, Residence, Produttori Prodotti Tipici, presenti nel territorio. Informazioni e itinerari su dove andare, cosa vedere, dove mangiare, dove dormire sul Portale Sardo delle Vacanze e dell'Informazione. Sardegna Turismo dove andare e come arrivare, tutte le notizie che vuoi conoscere sull'Isola più bella del Mediterraneo. Scopri sul Portale Le Vie della sardegna le più belle località turistiche dell'Isola e la loro storia, i personaggi illustri e di cultura nati in terra Sarda.

Vai ai contenuti

Menu principale:

Porto Torres :: Uno dei maggiori porti della Sardegna, famosa anche per i suoi scavi archeologici delle terme e per la chiesa di San Gavino.

Località > Sassari
Balai. Foto di Samuele Schirra

Porto Torres
Importante cittadina al centro del Golfo dell'Asinara, sorge su un promontorio calcareo presso la foce del Riu Mannu. Secondo alcune ipotesi Porto Torres fu fondata dai fenici. Il suo porto è uno dei più importanti del nord Sardegna. Numerose le spiagge, la più conosciuta è quella di Balai. Da visitare la basilica di San Gavino.

Abitanti: 22.081

Superficie: kmq 104,18
Provincia: Sassari
Municipio: piazza Umberto I - tel. 079 5008000
Guardia medica: si trova all'interno del Poliambultario loc. Andriolu, tel 079 510392
Polizia municipale: piazza Walter Frau, 2 - tel. 079 5008500
Biblioteca: via Sassari, 8 - tel. 079 5008400 - 079 5008401
Ufficio postale: via Ponte Romano, 83 - tel. 079 501090
Il titolo della foto è Il ponte, l'autore è Careddu Stefania, questo bellissimo scatto è della Conservatoria delle Coste della Sardegna e fa parte della Raccolta: Visioni sulla costa, la data di realizzazione è il 2008. Descrizione: la foto è stata scattata sulla costa del comune di Porto Torres, in un punto chiamato " Ru pontiri"; nell'immagine in secondo piano si può vedere la chiesa di Balai a Mare, dedicata ai martiri turritani, Gavino Proto e Gianuario. Il ponte si è creato nel corso degli anni a causa dell'erosione del mare, e incornicia la chiesa. Inoltre, si è creata una sorta di piccola piscina protetta tra le rocce, in cui ho scattato la foto. Mi piaceva il contrasto che in questa foto si crea tra l'opera dell'uomo (la chiesa) e l'opera della natura (il ponte). Il mare non solo demolitore delle nostre coste ma anche costruttore di nuovi e inaspettati scenari". Note: "Visioni sulla costa" è il primo concorso di immagini sulla Sardegna organizzato dalla Conservatoria delle Coste della Sardegna in collaborazione con l'Associazione Culturale Backstage. Lo scopo del concorso è quello di sottolineare l'importanza ambientale, sociale ed economica delle coste isolane. I partecipanti al concorso hanno incentrato la loro attenzione sul rapporto esistente tra uomo, ambiente costiero, usi e costumi tradizionali. Il concorso è stato indetto in occasione della programmazione del Coast Day 2008, manifestazione internazionale che coinvolge tutti i paesi del Mediterraneo.
Il Ponte, La foto è stata scattata sulla costa del comune di Porto Torres, in un punto chiamato " Ru pontiri"; nell'immagine in secondo piano si può vedere la chiesa di Balai a Mare, dedicata ai martiri turritani, Gavino Proto e Gianuario.

Il territorio Porto Torres è un’importante città portuale collocata in posizione mediana nell’arco costiero formante il golfo dell’Asinara. L’altitudine media del centro abitato misura 5 metri sul livello del mare. Al primo gennaio 2008 il comune contava 22.081 abitanti (dati ISTAT). Oltre al centro cittadino si hanno alcune frazioni: sull’isola dell’Asinara si hanno Cala d’Oliva e Cala Reale (oggi non abitate, ricadenti nel Parco nazionale), nell’entroterra a sud della città Li Lioni, Regione Li Pidriazzi I e II, Serra Li Pozzi. Il territorio comunale si estende su 102,62 kmq. Il territorio comunale ha la peculiarità di dividersi, pressoché al 50 %, in due parti: la parte su cui sorge la città, appartenente alla Sardegna insulare, e la parte costituita dalle isole Asinara e Piana, poste a maestrale del centro abitato ad alcune miglia di distanza. La porzione di territorio comunale insulare presenta un suolo composto da rocce scistose e filladi quarzifere. L’isola Piana, come denuncia lo stesso nome, ha una superficie priva di rilievi; di piccola estensione, mostra un suolo per la maggior parte composto da rocce scistose di colore bruno-grigio e la costa appare più alta verso ponente; a levante viceversa è più bassa e verso grecale forma delle cale con piccole spiagge sabbiose dove è più facile approdare. Sull’isola sorge, in prossimità di queste cale, una torre eretta nel 1527 da cittadini sassaresi per garantire maggior sicurezza contro i pirati saraceni: ha il nome di Torre della Finanza, a testimonianza di successivi utilizzi, in età moderna, per il controllo dei traffici marittimi e repressione del contrabbando.
L’isola dell’Asinara L’Asinara si estende per quasi 52 kmq e ha una morfologia abbastanza complessa. Allungata da sud a nord si arcua verso levante. Il suo profilo è tipica caratteristica dell’orogenesi sarda, se altimetricamente risultano semplici colli, morfologicamente hanno asprezze e pendenze da montagna. Le rocce sono una costante nel territorio dell’Asinara e sono d’origine scistosa, con una colorazione cangiante dal paglierino al bruno-rossastro. La linea di costa occidentale èalta e scoscesa, composta da falesie e ripidi pendii. La costa orientale, tra le punte Salippi (a ponente) e Barbarossa (a levante) è più bassa e presenta numerose cale e piccoli approdi naturali. La porzione meridionale dell’isola offre all’osservatore una porzione costiera bassa, con insenature e spiagge e alle spalle di queste una porzione di piano e ondulate colline sopra le quali si levano i quattro colli che più mostrano la loro formazione, con enormi massi di scisti. Tra queste scisti, nei seni scavati dalle ere con l’erosione, si è insinuato poco terreno bastevole a far crescere piante della macchia mediterranea come lentischi, mirti e cisti che rigano le superfici rocciose in forte pendenza con un reticolo verde irregolare. La cima più elevata è Punta Maestra Fornelli, 265 metri. La porzione mediana dell’Asinara si conforma a istmo, con la sua scarsa larghezza e l’ondulazione datale dai rilievi con le cime tondeggianti: qui si apprezza la duplicità della costa, alta a occidente e bassa a oriente. In posizione mediana si leva con i suoi 195 metri Punta Marcutza. La porzione settentrionale è anche la più ampia ed estesa, conformata con un sistema di rilievo che termina con la punta altimetrica denominata Maestra Serre, 391 metri, punto più elevato dell’isola. L’Asinara, con i suoi endemismi, le rarità della flora e della fauna (celeberrimi i suoi asinelli albini), dopo un lungo passato secolare di sanatorio, campo di prigionia e carcere dello Stato italiano, è da diversi anni divenuta “Parco nazionale – Area marina protetta”.

Porto Torres, scogliere e spiagge di Balai.
Porto Torres, scogliere e spiagge di Balai.
Porto Torres, torre di Abbacurrente.
Porto Torres, torre di Abbacurrente.

L’entroterra L’altra metà del territorio comunale è costituito dal retroterra che si stende a sud, est e ovest della città. Il comune di Porto Torres confina esclusivamente con il territorio comunale di Sassari. Nel territorio comunale ricade un tratto di costa del Golfo dell’Asinara, compreso tra la località denominata Fiume Santo, a ovest, e la torre costiera di Abbacurrente, a est. Al centro di questa linea costiera, Porto Torres. La costa tra la città e la torre di Abbacurrente si caratterizza in parte per le scogliere e le ripe scoscese create dall’erosione marina e meteorica che da sempre agisce su un suolo di natura calcarea: il risultato è una linea costiera prossima all’abitato ricca di insenature, punte, cavità a pelo d’acqua e vere e proprie grotte (conosciuta la Grotta dei Colombi), che perde questi caratteri pittoreschi avvicinandosi al punto in cui sorse cinque secoli fa la torre di Abbacurrente. Tra la città e la foce del Fiume Santo (un piccolo rio a regime torrentizio) la costa invece si presenta bassa, con una fascia sabbiosa a intervalli e un piccolo sistema dunale che occupa l’immediato retroterra: la porzione di territorio è da quarant’anni profondamente modificata dalla presenza dell’area industriale petrolchimica, estesa 1500 ettari. Entro quest’area è compreso anche lo stagno di Gennano. Il territorio comunale di Porto Torres presenta nel retroterra la stessa composizione in calcare e l’aspetto morfologico è uniforme. Oltre al Fiume Santo, che segna il confine occidentale con il territorio comunale di Sassari, l’altro e ben più importante fiume, sempre a regime torrentizio, è il Riu Mannu, che scorre attraverso il territorio comunale lungo la direttrice sud-nord e sfocia nel Golfo. Nel tratto prossimo alla costa l’erosione ha creato una piccola valle. Rilievi: sul confine occidentale si segnala il Monte Elva, 113 metri; a sud-ovest il Monte Alvaro, 342 metri, si conferma il principale rilievo, sebbene la sua cima non ricada entro il territorio comunale, mentre i monti Ferramaggiu (con grotte carsiche) e Ferrizza sono semplici colline. Il territorio è ondulato da rilievi molto bassi, da poggi e leggere vallette frutto dell’erosione, piani e campi. Tra gli altri rilievi si segnalano i colli in regione Abbacurrente, ammantati sul versante settentrionale dalla pineta (danneggiata purtroppo negli ultimi anni da incendi dolosi), e il rilievo ormai inglobato nell’abitato cittadino, su cui fu eretto anni addietro il nuovo faro portuale.



Le origini La prima presenza dell’uomo nel territorio di Porto Torres risale all’Eneolitico o Età del rame. L’area della Necropoli di Su Crocifissu mannu, nella parte meridionale del territorio, presso la S.S. 131 e il confine con il Sassarese ha preservato entro il banco calcareo gli ipogei funerari in uso nell’età suddetta, chiamati dai Sardi, a secoli di distanza, domus de janas ossia “case delle fate”. Gli ipogei sono numerosi, ravvicinati, con più vani. Vi si accedeva attraverso piccoli dromos, notevoli le protomi taurine a rilievo. Della successiva età nuragica restano diversi nuraghi, testimonianza che il territorio continuò ad essere stabilmente abitato dalla popolazione sarda. Si ricordano alcune di queste costruzioni, a singola torre o dotate di altri corpi: il nuraghe Minciaredda e il nuraghe Biunisi (oggi inglobati nell’area petrolchimica), i nuraghi Sant’Elena e Margone (prossimi al Fiume Santo). In passato, al censimento del 1901, se ne contarono ben 15, ma alcuni dei nomi furono storpiati: Mayone (oggi Margone), Sant’Elena, Mont’Elva, Biunisi, Ferrale, Micciareddu, Nieddu, Monte Aiveghe, Corona Fraigada, Pianu Usai, Lu Salinuzzu, Forrainazzu (l’odierno Ferramaggiu?), Li Pidriazzi, La Zuzzana de Cherchi, La Camusina. Pare che l’insediamento nuragico abbia escluso le isole Piana e Asinara. Si hanno anche testimonianze, allo scadere dell’età nuragica (intorno al 700 a.C.), di ceramiche fenicie: forse quel popolo di navigatori e mercanti aveva stabilito sulla costa un piccolo approdo con annesso mercato aperto alle popolazioni sardo-nuragiche. È probabile anche che l’isola dell’Asinara abbia potuto ospitare un insediamento fenicio.
La storia: Sotto Roma È però con la dominazione di Roma che questa porzione di territorio sardo fu scelta per ospitare e accogliere la colonia romana, l’unica della provincia Sardegna, denominata Turris Libysonis: così la menziona Plinio il Vecchio nel passo della Naturalis Historia dedicato alle popolazioni e città della Sardegna. Quel passo, risalente al 50-75 d.C., riprende notizie databili al primo periodo augusteo (ante 27 a. C.). I romani chiamati ad abitare la città risultano, da attestazioni epigrafiche rinvenute in loco, appartenenti o meglio inscritti alla tribù urbana denominata Collina: la divisione in tribù della popolazione di Roma affonda le radici nel passato remoto della città e trovò piena funzionalità come “circoscrizione elettorale” durante la Repubblica, importante funzione contemplata dal diritto romano. Elemento di rilievo è che i coloni di Turris furono inscritti a una tribù urbana, grandissimo riconoscimento che i coloni avrebbero condiviso solo con Pozzuoli e Ostia: il riconoscimento qualificava l’abitato come appendice di Roma. Si lasciano aperte ipotesi su un possibile intervento voluto forse da Giulio Cesare in persona all’indomani della fine della guerra civile contro Pompeo. Infatti la Colonia di Turris in poche ma importanti fonti (trattati di geografia) appare con la qualifica di Iulia, ossia possedeva una “titolatura” illustre, legata appunto alla figura di Cesare o, meno probabilmente, del nipote ed erede Ottaviano. Della Turris romana sono giunte a noi tracce archeologiche e un elevato numero di iscrizioni (oltre 160). I reperti emersi dagli scavi sono conservati nel Museo nazionale “G. A. Sanna” di Sassari e nella struttura museale dell’Antiquarium, sorta presso l’area delle terme e delle botteghe. L’area archeologica, posta all’immediata periferia nord-occidentale dell’attuale città, presso il parco ferroviario, è quella meglio indagata scientificamente e meglio apprezzabile oggi dal visitatore. La città romana era ben più ampia e si stendeva verso oriente: questa area oggi risulta occupata dalla città moderna e, in occasione di lavori edili, sono emerse altre aree dell’antico abitato. Altro importantissimo e conosciuto monumento della Turris romana è il Ponte sul Riu Mannu: la struttura è giunta a noi pressoché integra, essendo stata oggetto di restauri durante tutto il Medioevo e l’età moderna, ma anche perché molto ben costruita. Il ponte conta 7 arcate d’ampiezza decrescente verso oriente ed è lungo 135 metri; in più ha la peculiarità di collegare due rive di differente altitudine così funge anche come lunga rampa inclinata. La sua costruzione si fa risalire al I secolo d. C. (in piena età imperiale) e vi passava l’asse viario che collegava Turris alla costa occidentale della Sardegna. In località Scoglio Lungo, oggi sito interno alla maglia urbana e posto in prossimità dell’Istituto Nautico, e in località Tanca Borgona sono visibili, scavati entro la roccia calcarea, degli ipogei funerari familiari; necropoli esistono presso le località di Marinella (a ovest dell’abitato), a Balai (a est), presso l’ex area dei depositi di carburante e presso l’altura di Monte Angellu. Questa piccola altura ha grande importanza per Porto Torres e per il resto dell’isola: vi sorse dall’età paleocristiana un Martyrium dei più importanti della Sardegna, dedicato ai santi Gavino, Proto e Gianuario. Ultimo monumento da ricordare, non per minore importanza ma perché, seppure “pertinenza” di Turris, si allunga per chilometri fino ai colli di Sassari, è l’Acquedotto. L’acqua era presa dalle fonti di una ubertosa valle a grecale dell’attuale Sassari, la valle dell’Eba Ciara, ossia valle della “acqua chiara”: si è avanzata l’ipotesi fantasiosa ma suggestiva che il toponimo sia erede di una latina “Aqua Clara”. Lungo il percorso, quasi parallelo al Riu Mannu, ancora si scorgono a tratti avanzi delle murature.



La storia: Il Medioevo Sotto Bisanzio e nell’Alto Medioevo la città fu sì abitata, ma dalle testimonianze archeologiche e storico-artistiche sopravvissute si intende come la Turris romana fosse diventata capitale del Regno a cui dette anche il nome, Torres. Però la sua sorte era segnata ormai per le sempre crescenti minacce dei Saraceni, che poterono saccheggiarla più volte fino a che, divenuta insicura, fu abbandonata a favore dei centri abitati dell’interno. L’abbandono e la progressiva perdita della stessa realtà urbana portarono anche lo spoglio degli edifici pubblici e privati di elementi decorativi che in parte confluirono a Sassari, allora centro abitato in piena crescita, e in parte andarono disperse. Solo il culto per i santi martiri Gavino, Proto e Gianuario permise che un solo, sottile filo, resistendo all’impeto della storia, potesse legare la colonia romana (ridottasi a borgo alto-medievale) a un futuro che permettesse la rinascita urbana: l’area di Monte Angellu vide, sulla sua cima, susseguirsi nell’alto Medioevo tre impianti chiesastici, in successione due paleocristiani e l’ultimo (quello monumentale romanico) giunto ai giorni nostri. La leggenda lega a un giudice di Torres, Comita, la costruzione dell’edificio, anch’esso particolare nella concezione. La Basilica romanica, cattedrale a tre navate, si presenta oggi al visitatore con una pianta longitudinale ad absidi contrapposte, che riprende lo schema della basilica-tribunale romana e adottato da poche altre chiese cristiane in Occidente e in Oriente. In una prima fase fu eretta solo metà chiesa, con forme tradizionali e subito dopo si fece l’ampliamento: a metà della navata è possibile notare la giuntura imperfetta fra le due murature. Le colonne utilizzate sono tutte di spoglio della città pagana, così come anche gran parte dei capitelli. Il tetto è a capriate di ginepro e alcune recano anche la data della loro collocazione (in sostituzione di altre più antiche). Altro elemento peculiare è il tetto, in lastre di piombo, sormontato lungo la dorsale dall’elemento decorativo ripetuto della torre, che riecheggia e dà riscontro figurativo al nome della città romana e alto medievale: Turris-Torres. La chiesa nacque senza torre campanaria per impedire che dal mare i pirati saraceni individuassero l’edificio sacro e ne facessero sacrilego sacco.



Testi di Gavino Sanna

Basilica di San Gavino abside orientale. Foto Archivio Turris Bisleonis

La storia: L’Età moderna e contemporanea. Con il basso Medioevo e l’Età moderna in quella porzione di terra non restava altro che la basilica sul Monte Angellu. La città romana era sepolta sotto la sabbia e la macchia mediterranea, a sud invece Sassari era ormai divenuta centro urbano e vantava diritti sul territorio dell’antica Turris e sulle colline della Nurra. Il porto, in gran parte insabbiatosi, si ridusse a un piccolo approdo e, per sicurezza dei pochi natanti che vi facevano scalo, fu eretta sotto il dominio aragonese una torre poligonale. Questa torre, la Basilica dei Martiri e il ponte romano formarono per quasi quattro secoli, fino al primo Ottocento, il collegamento tra l’antica e la nuova città. Il culto dei Martiri Turritani, martirizzati sotto Diocleziano nel 304, fu rinvigorito e rinnovato nel 1614 dall’arcivescovo di Sassari don Gavino Manca Cedrelles, che promosse una invenzione (ossia rinvenimento) delle sante reliquie entro la basilica, procedendo di fatto a un rinnovamento della stessa chiesa in stile barocco, creando una grande cripta su due livelli sotterranei che purtroppo spazzò via l’antico Martyrium il quale, dalle descrizioni dello stesso Diario di scavo, doveva esser molto simile a quello oggi superstite nella chiesa di San Lussorio a Fordongianus. La basilica dei Martiri, sempre nel primo Seicento, per maggior sicurezza contro i pirati barbareschi, fu fortificata erigendo lungo i lati lunghi delle mura, con una porta-torre d’accesso, all’interno delle due corti (chiamate Atrii); addossate ai muri perimetrali furono erette case a due piani con funzione di riparo ai pellegrini per i giorni di festa della Martiri, il 30 maggio e il 28 ottobre. Queste strutture, certo in urto con il disegno romanico della chiesa ma di sapore pittoresco, furono demolite a metà del XX secolo in occasione dei grandi restauri del complesso sacro, sacrificando la veste barocca per restituire quanto possibile l’aspetto medievale originale della chiesa. Ai Martiri è legata anche la costa che dall’antica Turris si stende verso levante: sulla scogliera di Balai sorgono da tempo antico due chiese poste (e ricostruite verosimilmente nel XVII secolo con le forme attuali) nei siti del martirio (Balai lontana) e del ritrovamento dei corpi, restituiti incorrotti dal mare (Balai vicina, con ipogeo a lato della chiesa). Quanto all’Asinara, si ricorda che su quest’isola nel Medioevo dei monaci benedettini fondarono una piccola comunità sotto il titolo di Sant’Andrea, e oggi di quel luogo di lavoro e preghiera, scomparso da secoli, rimane solo la omonima cala presso Fornelli. Durante il Cinquecento l’Asinara, possesso annesso alla Nurra i cui diritti feudali erano della Municipalità sassarese (che si fregiava del titolo baronale), di fatto era una terra “libera” dove trovarono nel tempo dapprima rifugio dei pirati saraceni capitanati da un Barbarossa (che lasciò il suo nome a una punta presso Fornelli), poi nel Seicento e nel Settecento asilo di pastori e pescatori provenienti a volte anche da molto lontano e qualcuno con conti pendenti con la giustizia, riunitisi nei vicinati di Cala Reale e Cala d’Oliva. Nel 1775 Vittorio Amedeo III cedette l’isola come feudo ducale a don Antonio Manca Amat, feudatario del Logudoro (Mores, Thiesi, Usini erano suoi possessi) e residente a Sassari, ma le famiglie locali, che già non pagavano le tasse al re, tanto meno le pagarono al duca.




La città La storia della città copre un arco di 2000 anni e questo lasso di tempo ha comportato una notevole influenza sul toponimo. Del nome romano, Turris Libysonis, si nota come Turris (antica radice mediterranea giunta quasi immutata fino a noi) indichi chiaramente la costruzione fortificata, con Libysonis appare chiaro un riferimento alla Libya, antico nome designante l’Africa settentrionale: il nome della colonia romana sembra alludere a una fortificazione nuragica (o fenicio-punica?) abitata da genti provenienti (o reduci?) dalla “Libia” classica. Per il Medioevo può essere accettabile la discendenza diretta da Turris di Torres, nome dell’allora capitale e sede di diocesi che diede nome anche al Giudicato. Dopo il secolare abbandono, la “Portotorres” del primo Ottocento invece si riconduce per tradizione alla presenza a guardia del porto della torre poligonale ancor oggi esistente. Infine l’attuale nome non è altro che una regolarizzazione del nome precedente, che riecheggia anche la Torres medievale capitale giudicale. Nel dialetto sassarese, parlato anche in città, il toponimo risulta Polthutorra. La Porto Torres di oggi è una città moderna, che ha superato con interventi di urbanistica i problemi creati con il boom demografico degli anni Sessanta-Settanta. Il porto è in fase avanzata di ammodernamento, avrà un settore turistico, un altro dedicato ai collegamenti con Genova, Civitavecchia, Marsiglia e Ajaccio, punta a divenire scalo per navi da crociera e riserva spazi ai pescherecci. L’area dello Scoglio Lungo, nata con vocazione turistica, ha beneficiato di interventi di riqualificazione; la scogliera di Balai Vicino è divenuta da alcuni lustri parco pubblico. La città è cresciuta verso l’entroterra seguendo le direttrici viabili della vecchia strada Carlo Felice. Alle abitazioni ottocentesche e dei primi del Novecento, a due piani, si sono affiancate e in parte sostituite palazzine e palazzi sorti soprattutto nella seconda parte del secolo. Di fronte la Chiesa della Consolata, lo spazio del vecchio mercato è occupato da tempo dall’edificio del Municipio e la piazza è stata recentemente rimodernata. Un giardino pubblico sorse quasi vent’anni addietro a levante della Basilica dei Martiri, prendendo il posto di vecchie casette fatiscenti. A sud dell’area petrolchimica è sorta la zona industriale di Pigafetta formata dalle realtà locali, capannoni sorgono anche presso la zona di Funtana Cherchi. Sopra Balai è l’area che in quest’ultimi anni registra l’espansione residenziale. Il quartiere “Villaggio satellite” e quello “Oleandro”, sorti con la nascita dell’area petrolchimica, oggi sono completamente integrati con la città e dotati di servizi. Il visitatore ha possibilità di entrare a Porto Torres o percorrendo la Strada Statale 131, che penetra nell’abitato divenendone l’asse principale (tratto iniziale chiamato via Sassari, poi corso Vittorio Emanuele II) e termina al porto, o seguendo la panoramica litoranea proveniente da levante, che attraversa il quartiere delle ville e dei residence e termina anch’essa al porto. A ovest vi è l’area della petrolchimica, del porto industriale nato a servizio di essa e il parco ferroviario, ma vi è anche l’area archeologica, che è oggetto di nuovi progetti di valorizzazione. A Porto Torres si contano istituti scolastici di grado inferiore e superiore: circoli didattici per l’istruzione infantile e primaria, la scuola secondaria (unione degli istituti “Leonardo da Vinci” e “Anna Frank”, istituti superiori con indirizzi scientifico e professionale (Industria e Artigianato, Tecnico Nautico). Vi è anche una scuola privata infantile e infine una scuola civica di musica. Porto Torres è dotata anche di un teatro comunale, recentemente rinnovato: un tempo chiamato “Olympia”, oggi è intitolato al cantante “Andrea Parodi”. Dal 1975 è in attività un’emittente radiofonica, Radio del Golfo. La città conta alcune strutture sanitarie pubbliche, facenti capo all’Azienda Sanitaria Locale di Sassari e a servizio degli abitanti vi sono 4 farmacie. Vi sono poi strutture sportive come palestre, campi e lo stadio comunale. Si contano 4 hotel e diversi Bed&Breakfast. Porto Torres è anche capolinea settentrionale della linea delle Ferrovie che attraversa da nord a sud l’isola. Al porto ha sede la Capitaneria e in città vi sono una stazione dei Carabinieri, una della Guardia di Finanza e un Commissariato di Polizia. Porto Torres èanche sede amministrativa dell’Ente Parco nazionale-Area marina protetta dell’Asinara.
Le tradizioni A Porto Torres si parla il dialetto sassarese e ciò è dovuto al fatto che in passato, tra la fine del Settecento e il primo Ottocento, il centro abitato rinacque grazie a famiglie provenienti in buon numero da Sorso e dalla Nurra, luoghi di parlata sassarese. La nascita, o meglio rinascita, recente del centro abitato di Porto Torres ha nondimeno permesso ad appassionati e cultori della storia civica di poter ridare vita a un costume tradizionale, maschile, tributario forse in parte dei luoghi d’origine dei primi nuclei familiari stabilitisi due secoli prima. Il vestito maschile, austero ma elegante, si compone di ragas, ghette, gonnellino, camicia, corpetto e cuffia: il tutto giocato sulla bicromia del bianco (il lino) e del tono scuro (il velluto blu notte e l’orbace nero). Il modello fa riferimento a un acquerello anonimo risalente al 1840 che ritrae l’abito turritano (soggetto fu un carrettiere, lu carrattuneri).

Testi di Gavino Sanna



Passeggiata Porto Torres (SS)
Spiaggia Porto Torres (SS)

Personaggi illustri Porto Torres ha dato i natali ad alcune persone segnalatesi nei campi artistici. Primo tra tutti ricordiamo Mario Paglietti: nacque a Porto Torres il 18 marzo 1865 ed ebbe la sua prima formazione presso l’Istituto di Arti e Mestieri di Prato, dove entrò nel 1877. Nel 1883, dimostrati al padre bravura nel dipingere e ottimi risultati nello studio, poté iscriversi alla Accademia Albertina di Torino: là ebbe modo di avvicinare il pittore e insegnante Andrea Marchisio (Torino 1850-1927), che anni dopo avrebbe rincontrato a Sassari impegnato nella decorazione del Teatro civico. La loro fu una ottima e duratura amicizia. Costretto a interrompere gli studi per gli obblighi di leva dopo due anni di corso, Paglietti continuò non di meno ad affinare le sue doti e le sue passioni, che lo portarono ad essere un richiestissimo ritrattista al quale si rivolgevano famiglie aristocratiche e borghesi di Sassari e di altri centri grandi e anche piccoli del Logudoro. Si ritrovano opere di Paglietti a Sassari, Tempio, Iglesias. Suo è anche il ritratto di Umberto I nel Municipio di Porto Torres. Produsse anche belle e apprezzate opere di carattere sacro (suoi sono il San Domenico presso la Chiesa di Sant’Agostino a Sassari, il San Pietro nella Cattedrale di Tempio, la Santa Margherita a Buddusò, Le Anime del Purgatorio a Ploaghe e quelle nella chiesa del Carmelo di Nuoro). Notevoli anche le sue nature morte, presenti in buon numero oggi presso collezioni private. Morì a Sassari nel 1943.

Persona notevole fu anche il regista Fiorenzo Serra (Porto Torres 1921-Sassari 2005). Fra il 1949 e il 1982 girò 58 documentari, fondamentali dal punto di vista etnografico e realizzati con la collaborazione dei principali intellettuali sardi. L’ultimo pugno di terra (1965) è considerato il suo film più importante. Realizzato con il sostegno della Regione per “accompagnare” il primo “Piano di Rinascita”, il lungometraggio indaga in maniera realistica la situazione sarda del tempo. Ebbe il premio Agis nel Festival dei Popoli di Firenze.

Mario Bazzoni
(Porto Torres 1932-Grottaferrata 1983), pittore, fu allievo di Filippo Figari, insegnò Decorazione prima all’Istituto d’arte di Sassari, poi in quello di Marino, e si segnalò come attento acquerellista e anche mosaicista (suo il mosaico nel Municipio). Cesare Bazzoni (Porto Torres 1932) è un pittore e insegnante che ha all’attivo numerose mostre personali: sue opere sono parte di collezioni pubbliche e private, come ad esempio nelle sedi di Cagliari e Sassari del Banco di Sardegna.


Altro figlio di Porto Torres segnalatosi per le sue doti artistiche è stato
Andrea Parodi (Porto Torres, 1955-Cagliari, 2006). Di padre savonese e madre sarda, conseguì nella città natale il diploma di Allievo Capitano di Lungo Corso presso l’Istituto Tecnico Nautico e là tornò come docente di Marinaresca. La sua esperienza artistica nel mondo della musica leggera italiana è di tutto rispetto: inizia con il Coro degli Angeli, di Sassari, gruppo formato nel 1977 sotto il nome di Sole Nero, che nei primi anni Ottanta collabora in studio e dal vivo con Gianni Morandi. Dotato di voce particolarissima e suggestiva, Andrea Parodi fu a lungo il cantante dei Tazenda, gruppo da lui formato nel 1988 insieme a Gino Marielli e Gigi Camedda, con cui partecipò negli anni Novanta a due edizioni del Festival di Sanremo e al Festivalbar del 1992. Nel 1997 prese l’amara decisione di uscire dal gruppo per intraprendere la carriera solista. Nel 2006 decise di tornare a collaborare con i vecchi amici dei Tazenda, ottenendo un nuovo successo di pubblico. Tenne l’ultimo concerto il 22 settembre 2006, all’Anfiteatro Romano di Cagliari, con la partecipazione di molti amici. Morì a Cagliari un mese dopo.

A Porto Torres era nato nel 1927 Filippo Canu, giornalista e scrittore, scomparso a Roma nel 2002. Fece la sue prime prove nel 1954 come responsabile della redazione sassarese de “L’Unione sarda”. Mostrò presto quella che sarebbe stata la sua principale vocazione, la scrittura teatrale, pubblicando la commedia Un marziano in redazione. Assunto alla RAI di Roma, fu l’inviato presso il Quirinale nel periodo della presidenza Segni (1962-1964). Vicedirettore del Gr2 e poi direttore del Dipartimento Scuola Educazione, una volta andato in pensione fu presidente del Consiglio d’amministrazione del teatro “Argentina” di Roma. A quel punto aveva al suo attivo una serie di commedie (che la rivista “Sipario” ha raccolto nel volume Teatro nel 1993): La guardia al bidone, 1972; L’arciduca di Samoria, 1978 (premio Fondi-La Pastora); Un errore di percorso, 1986; Garibaldi fu ferito, 1982; Quelle finestre chiuse, 1990; Quattro sassi, 1983; Martirio a Turris, 1985; L’Alternos, 1993. Ha scritto anche due romanzi, Quel caffè sul corso, 1995, e Funerali di Stato, 1999. La prima rete RAI ha anche prodotto nel 1989 il film I padroni dell’estate, di cui Canu è autore del soggetto e coautore della sceneggiatura.

Porto Torres ha dato i natali anche a Gavino Sanna, autore di queste righe, di professione pubblicitario. Pubblicitario italiano (n. Porto Torres 1942). Tra i pochi ad aver conquistato una vasta notorietà internazionale nel campo della comunicazione creativa. Formatosi presso l'Istituto statale d'arte di Sassari, ha continuato gli studi a New York, sempre in USA ha lavorato in importanti agenzie firmando campagne di successo e ricevendo numerosi riconoscimenti. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta ha contribuito al rinnovamento della pubblicità italiana, segnando, con la celebre pubblicità per Barilla (1985), il definitivo passaggio dal modello Carosello al moderno advertising. Tra gli altri lanci promozionali vanno ricordati quelli per Rana, Fiat, De Cecco, Tuborg, Simmenthal e Ariston. Ha raccolto le sue intuizioni in libri che ne ripercorrono la carriera: Le uova di Woody Allen (1988); Professione creativo (1991); Ancora una e poi basta (1992); Se si taglia i capelli ci daremo del tu (1998); Lo sguardo inquieto (2003, in collab. con A. Tanchis) e L'inganno di un sorriso (2003). Testo ripreso interamente dalla Treccani Enciclopedie on line


Porto Torres conta ben tre martiri della Cristianità. In varie parti della Sardegna è molto sentito il culto di san Gavino. La tradizione vuole che i cristiani Proto e Gianuario furono perseguitati dalle autorità romane: arrestati, furono processati e condannati a morte, quindi condotti in una prigione scavata nei sedimenti calcarei della costa di Balai. Un soldato romano, Gavino, incaricato di vigilarli, fu da essi convertito alla Fede in Cristo e li liberò. Perseguitati, i tre furono decapitati presso la Rocca dellu Siresu (dove oggi sorge la chiesetta di Balai Lontano) e gettati in mare. I corpi martoriati, trasportati dalla corrente, furono rinvenuti presso il luogo della prigionia dove fu eretto il Santuario noto come chiesa di Balai Vicino. Nel Martirologio Romano, elenco ufficiale dei santi e dei beati della Chiesa cattolica, san Gavino viene celebrato il 30 maggio. Ma a Porto Torres, di cui è il santo patrono, san Gavino è ricordato con gli altri Martiri Turritani, Proto e Gianuario, il 25 ottobre; inoltre la festa della città in onore dei santi patroni (la Festha Manna, la festa grande), si tiene la domenica di Pentecoste e il lunedì successivo. Nei tre giorni della Festha Manna la strada che porta da viale Indipendenza al Corso Vittorio Emanuele passando per la Basilica di San Gavino è popolata da chioschi e bancarelle di ogni tipo, e nelle settimane a cavallo della festa il comune organizza diversi eventi musicali e culturali, come l’ormai tradizionale Sagra del pesce. La tradizione antica, ormai totalmente abbandonata, prevedeva che gli abitanti di Sassari, guidati dalla Municipalità, arrivassero a piedi sino alla Basilica di San Gavino per partecipare alla messa pernottando nelle case prospicienti i due atrii della Basilica.

Testi di Gavino Sanna

Tratto da: SARDEGNA ARCHEOLOGICA
Guide e Itinerari A. Mastino - C. Vismara
Carlo Delfino editore

TURRIS LIBISONIS

Le fonti Alla metà del I secolo d.C. Plinio il Vecchio, nel terzo libro della sua Naturalis Historia, elencava in estrema sintesi i popoli e le città della Sardegna romana, utilizzando fonti della prima età augustea; egli poneva Turris Libisonis (l’attuale Porto Torres) al vertice ideale di una piramide che comprendeva alla base le popolazioni non urbanizzate (Ilienses, Balari, Corsi) e poi gli oppida peregrini, cioè le città sottoposte al pagamento dello stipendium (Sulci, Valentia, Neapolis, Bitia); Plinio citava quindi in ordine di importanza i due municipi di cittadini romani, Karales e Nora; ultima in assoluto era menzionata l’unica colonia di cittadini romani della provincia Sardegna: colonia autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis. La condizione di colonia per Turris Libisonis, espressamente attestata anche dall’Anonimo Ravennate e da Guidone, sembra confermata dalla Tabula Peutingeriana, dove la città è rappresentata con le doppie torrette, anche se sappiamo che forse già alla fine del regno di Augusto doveva esserci in Sardegna almeno un’altra colonia, Uselis; in età medioevale la menzione di Turris col titolo di metropolis potrebbe forse conservare un ricordo, sia pure sbiadito ed inesatto, della precedente condizione giuridica. La storia di Turris Libisonis romana può essere ricostruita utilizzando una molteplicità di fonti, letterarie, archeologiche, epigrafiche: a parte le imponenti testimonianze archeologiche (solo in parterilevate), è soprattutto l’abbondante documentazione epigrafica a fornire informazioni sulla vita cittadina, grazie ad un insieme di oltre 160 iscrizioni, delle quali due in lingua greca. Quasi tutti questi monumenti epigrafici sono conservati presso il Museo Nazionale G.A. Sanna di Sassari e presso l’Antiquarium Turritano di Porto Torres. Molto meno ricca è la documentazione letteraria, che è stata comunque oggetto di ampi e fruttuosi studi, i quali hanno consentito di accertare lo stato giuridico di colonia Iulia e la posizione all’interno della rete viaria isolana. Il toponimo Turris Libisonis è composto da due distinti elementi: il primo ricorre generalmente nella forma singolare Turris (anche se è conosciuta la forma plurale Turres, che rifletterebbe uno stadio più recente dell’evoluzione toponomastica). A giudizio di Emidio De Felice si tratterebbe di un’evidente «rideterminazione latina di un precedente elemento lessicale e toponomastico mediterraneo *tyrsis», da cui sarebbe derivato per poligenesi, forse attraverso l’etrusco, il greco túrsis, il latino turris e l’osco tiurrí «tutti estranei al sistema lessicale indoeuropeo e prestiti, quindi, del sostrato». Non va escluso un qualche collegamento con l’esistenza di un nuraghe-torre presso la foce del Rio Mannu oppure anche una qualche allusione alla vicina altura preistorica di Monte d’Accoddi. Il secondo elemento del nome, Libisonis, sembra ancor più inquadrabile in ambito mediterraneo e dunque radicato nella toponomastica protosarda; in questo caso è sicura una connessione con la denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin da età preistorica una rilevante continuità di rapporti con la Sardegna. Il nome è ricordato nella forma Libisonis nel terzo libro della Naturalis Historia di Plinio, anche se sembra da preferirsi la forma Lybisonis del codice Vindobonensis o meglio ancora *Libysonis, da cui sarebbe derivata la erronea Librisonis dell’Anonimo Ravennate e di Guidone. In Tolomeo ricorre la forma Py´rgos Libísonos (ma anche Bíssonos e By´ssonos). Il gentilizio Iulia è documentato solo dall’Anonimo Ravennate e da Guidone, i quali, secondo un’interpretazione che sembra del tutto plausibile, non fanno riferimento alla città sarda Viniola o Iuliola, ma conservano l’intera titolatura della colonia di Turris Libisonis. Del resto è possibile dimostrare che l’attributo di Iulia era portato dalla colonia, se si pensa che il gentilizio più diffuso tra i cittadini di Turris era Iulius, ricordato una decina di volte nelle iscrizioni; ciò può forse collegarsi con la presenza di schiavi pubblici, che avevano preso al momento della manomissione il gentilizio della città. Gli scavi archeologici, che hanno messo in evidenza un impianto urbanistico regolare, scandito da strade (decumani e cardines) incrociantesi ad angolo retto ed orientate secondo i punti cardinali, hanno confermato che vi fu di fatto una deduzione ed un trasferimento di coloni; si tratta di stabilirne l’epoca, che resta incerta poiché non si conoscono i dettagli di una decisione che fu forse adottata da Giulio Cesare o da Ottaviano (anche se l’attributo di Iulia e non di Iulia Augusta di cui si fregiava la colonia induce a non considerare probabile il periodo successivo al 27 a.C. ed all’assunzione del titolo di Augusto da parte di Ottaviano). Non si può escludere viceversa un primitivo insediamento protosardo o fenicio-punico nello stesso sito, per quanto non restino sufficienti testimonianze al riguardo. Intanto si è osservato che anche l’isola dell’Asinara, che chiude a NO il golfo di Turris Libisonis, ha con tutta probabilità conosciuto un insediamento punico, dato che il nome, utilizzato dai naviganti e ricordato nel II secolo d.C. da Tolomeo (la Herculis insula), può forse essere riferito alla presenza di un santuario di Melqart, l’Ercole punico; nei pressi di Turris è ricordata poi la stazione stradale Ad Herculem, da identificare forse con Santa Vittoria di Osilo; a meno che i due toponimi non facciano riferimento al mito degli Eraclidi, ai cinquanta Tespiadi guidati da Iolao, che secondo alcuni autori classici avevano colonizzato la Sardegna; oppure al mito del Sardus Pater, figlio del libico Maceride, identificato con Ercole.  Del resto si è detto che il nome stesso della città, di chiara matrice paleosarda, suggerisce una più antica presenza di popolazioni indigene, eredi dei costruttori della c.d. ziggurath di Monte d’Accoddi e dei numerosi resti preistorici e protostorici, nuraghi soprattutto, che sono distribuiti sul territorio: popolazioni che potevano anche essere organizzate attorno ad un villaggio, collocato d’altra parte in una posizione geograficamente felice. In ogni caso i pochi rinvenimenti archeologici (due amuleti, uno dei quali con la rappresentazione di Eshmun, una stele di tipo punico con l’immagine di Tanit, alcuni piatti di ceramica punica di generica provenienza turritana, esposti nel locale Antiquarium) non consentono di dare una risposta decisiva al problema: anche da un punto di vista culturale ed onomastico le testimonianze in nostro possesso mettono in luce la novità rappresentata dall’arrivo di un gruppo di cittadini romani (circa 500), che hanno imposto usi e tradizioni propri. Gli elementi più antichi della colonia romana sono costituiti da ceramica a vernice nera detta «campana» non meglio specificata, ascritta genericamente ad età tardo-repubblicana ed individuata in associazione con le strutture murarie sottostanti il così detto Palazzo di Re Barbaro.



Palazzo di Re Barbaro Porto Torres

Antiquarium Turritano



Informazioni utili

Indirizzo: via Ponte Romano 92, Porto Torres.
Telefono: 079 514433.
Ente titolare: Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro.
Gestione: Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro; Ibis coop a r.l., Sassari (visite guidate e bookshop)
Orari: 9,00-20,00; chiuso il lunedì.
Biglietto: € 2,00 (adulti), € 1,00 (dai 18 ai 25 anni).
Esenzione biglietto: scolaresche e accompagnatori, bambini e ragazzi fino ai 17 anni, anziani oltre i 65 anni.
Sito internet: www.archeologia.beniculturali.it
Il museo L'antiquarium, attiguo all'area archeologica detta "Palazzo di Re Barbaro", espone i reperti archeologici provenienti dagli scavi della città romana di Turris Libisonis. I materiali rinvenuti in area urbana, ceramiche d'uso, utensili vari, suppellettile votiva e cultuale, ma anche statue onorarie del I e III sec. d.C., are votive, iscrizioni, urne cinerarie, mosaici e intonaci affrescati, testimoniano la vitalità di una città commerciale. L'area del Palazzo di Re Barbaro ha restituito molti reperti interessanti fra cui un altorilievo rappresentante Cautopates, frammenti di statue e lastre iscritte, tubi fittili e plumbei usati come condutture idriche. Completano il quadro insediativo i corredi funerari provenienti da diverse necropoli, come quella occidentale costituita da sepolture alla cappuccina e a cassone e da ipogei decorati con motivi pittorici e plastici, o dalle necropoli di Monte Angellu, Tanca Borgona e Scoglio Lungo. Un mosaico funerario policromo paleocristiano con iscrizioni dedicatorie che ricordano i coniugi Settimia Musa e Dioniso proviene dalla zona di Balai. Nell'antiquarium è esposta inoltre una collezione comunale costituita da reperti databili dall'età nuragica alla tarda età imperiale. Il museo è attiguo ad un'area archeologica con strade, tabernae e area termale. Servizi Visita guidata a pagamento. Bookshop. Non esistono barriere architettoniche.


Area di Turris Libisonis

Turris Libisonis era situata sul luogo dell'attuale Porto Torres, presso la foce del rio Mannu, al centro del golfo dell'Asinara, nella Sardegna settentrionale. La città si sviluppò in un tratto della costa favorevole dal punto di vista geografico e ambientale, con approdi e la possibilità dell'impianto di un porto fluviale sul rio Mannu.

Informazioni

Indirizzo: Porto Torres; telefono 079 500800/514591
Gestione: Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro; Ibis coop a r.l. di Sassari
Attualmente chiuso per lavori
Sito internet: www.comune.porto-torres.ss.it
A Porto Torres è possibile visitare anche l'Antiquarium Turritano e la basilica di San Gavino.


Città di Turris Libisonis

Come arrivare Dalla SS 131 all'altezza di Sassari, si percorre la strada in direzione Nord direttamente per Porto Torres. L'area archeologica più importante della città, presso la quale è stato edificato l'Antiquarium Turritano, si trova nella zona Nord/Ovest dietro la darsena vecchia, tra la stazione ferroviaria e il corso del rio Mannu, lungo la via Ponte Romano.
Il contesto ambientale Turris Libisonis era situata sul luogo dell'attuale Porto Torres, presso la foce del rio Mannu, al centro del golfo dell'Asinara, nella Sardegna settentrionale. Descrizione Turris Libisonis si sviluppò in un tratto della costa favorevole dal punto di vista geografico e ambientale, con approdi e la possibilità dell'impianto di un porto fluviale sul rio Mannu. L'area non sembra interessata da una precedente presenza fenicio-punica. Tuttavia il paesaggio, al momento della fondazione della colonia romana, nel I sec. a.C., doveva mostrare un sistema insediativo più antico, data l'elevata concentrazione, tra le più alte nell'isola, di nuraghi lungo la costa e nell'immediato entroterra. Lo stesso nome della città pare riecheggiare la presenza nel paesaggio di un elemento preesistente e visibile al momento della deduzione coloniale, ovvero un nuraghe. La colonia, l'unica di cittadini romani della provincia "Sardinia", porta l'appellativo di "Iulia": per questo la sua deduzione viene attribuita a Cesare, che nel 46 a.C. soggiornò in Sardegna, o ad Ottaviano, dopo la vittoria di Filippi, nel 42 a.C. I dati per una ricostruzione della forma urbanistica non sono molti, ma sufficienti per ipotizzare un primo insediamento presso il rio Mannu, dislocato su entrambe le rive, secondo il modello del porto-canale abbastanza diffuso in età repubblicana e all'inizio del periodo imperiale. Tra la fine dell'età repubblicana e l'età augustea, la città venne dotata delle principali infrastrutture viarie e portuali, di un acquedotto e forse di un primo impianto termale (prima fase delle "terme centrali"?), assumendo connotati urbanistici e architettonici pienamente romani. Per la prima età imperiale sono attestati quartieri abitativi nell'area dove sorgeranno le "terme Maetzke" e presso l'Antiquarium Turritano. Rimane incerta l'ubicazione del foro e le ipotesi finora avanzate (presso l'attuale piazza Umberto I o in corrispondenza del "peristilio Pallottino") necessitano di conferme. Tra la metà del I e la metà del II sec. d.C. furono costruiti un bacino per la raccolta dell'acqua ("lacus") e forse le "terme Maetzke", e le "terme centrali" furono interessate da una seconda fase edilizia. Tra la fine del II e il III sec. d.C. la città prosperò con i traffici marittimi, l'economia interna ceralicola e di allevamento, la pesca, l'attività estrattiva e artigiana. L'abitato si riorganizzò nei pressi del nuovo porto, forse presso l'attuale darsena; qui sorsero il magazzino od "horreum" (corso Vittorio Emanuele II) e un altro edificio (presso il Banco di Sardegna) probabilmente legato alle attività portuali. La manutenzione ed il potenziamento del porto costituirono i maggiori interessi dell'amministrazione della colonia che commerciava direttamente con il porto di Ostia. Un funzionario era addetto alla gestione del porto fluviale ("procurator ripae"), mentre la marineria turritana è attestata dall'iscrizione di un mosaico del foro di Ostia ("navicularii turritani"). Tra il III e l'inizio del IV secolo d.C. si intensificò l'attività edilizia con la costruzione degli edifici ancora oggi apprezzabili nell'area archeologica e documentabile anche attraverso cospicui resti di decorazioni marmoree, bassorilievi, statue. Alcune iscrizioni ricordano costruzioni o restauri di edifici, come il restauro del tempio della Fortuna e della basilica con il tribunale (non ancora identificati) per iniziativa del governatore Marco Ulpio Vittore nel 244 d.C. A questo periodo risalgono anche la costruzione del tratto di mura lungo la sponda d. del rio Mannu, l'ultima fase delle "terme centrali" e probabilmente le "terme Pallottino". Tra la fine del III e gli inizi del IV sec. d.C. la città ospitò le sessioni giudiziarie provinciali ("conventus") e lo stesso governatore dell'isola, per alcuni mesi all'anno: ciò è attestato dalla citata iscrizione relativa al tempio della Fortuna, dalla dedica del governatore Valerio Domiziano, nel 305 d.C., in onore di Galerio Cesare e dalla dedica a Licinio Augusto da parte del governatore Tito Settimio Gianuario, tra il 312 e il 319 d.C. La crescita urbana si arrestò tra la fine del IV e gli inizi del V sec. d.C.. Non si conosce la reale estensione della città, ma la dislocazione delle necropoli può dare dei punti di riferimento. Sono state identificate tre aree funerarie: la necropoli occidentale (o di Marinella) sulla riva sinistra del rio Mannu, quella meridionale (o di Monte Agellu) estesa al di sotto dell'attuale centro cittadino e quella orientale che si estende nel lungomare e che comprende l'ipogeo di Tanca Borgona, il complesso funerario di Scogliolungo, le tombe di Balai e il complesso ipogeico di San Gavino a mare. Alla luce di queste considerazioni, appare poco probabile un'estensione della città fino all'area dell'attuale centro (corso Vittorio Emanuele II, area al di sotto della Banca Nazionale del Lavoro e presso la piazza Umberto I), se non per alcuni punti nei quali gli scavi hanno evidenziato strutture abitative e magazzini che si sovrappongono e che spesso vengono ricoperti da sepolture. È probabile che lo sviluppo di queste aree periferiche si riferisca al momento della massima espansione della città, in età severiana (III secolo d.C.). Storia degli scavi Le prime indagini furono condotte nel 1614 dall'arcivescovo Gavino Manca di Cedrelles e interessarono l'interno della basilica di San Gavino. Nel 1819 il frate Antonio Cano scavò nella zona delle "terme centrali", ricorrendo all'utilizzo di polveri da sparo e distruggendo interi settori. La maggior parte dei successivi rinvenimenti archeologici si deve alle attività di sbancamento in occasione di lavori di pubblica utilità: la realizzazione della ferrovia (1872) e dell'acquedotto (1882), l'ampliamento della ferrovia (1924-1928). La Soprintendenza archeologica ha introdotto negli ultimi cinquant'anni, con buoni risultati, le moderne metodologie di scavo, ed ha operato, spesso in situazioni di emergenza, compatibilmente con le esigenze di sviluppo della città moderna. Massimo Pallottino e Guglielmo Maetzke portarono alla luce, tra gli anni 40' e 60', impianti termali, edifici pubblici, quartieri abitativi e produttivi. Dagli anni 70' ad oggi sono state indagate zone abitative e produttive poste al di sotto del centro cittadino e, soprattutto, aree cimiteriali. Attualmente si stanno conducendo scavi lungo il corso del rio Mannu, presso il Colle del Faro, relativi ad un edificio che è con tutta probabilità una villa.


Basilica di San Gavino
Come arrivare Porto Torres si trova a N della Sardegna, affacciato sul Golfo dell'Asinara, a un capo della SS 131, che passando per Sassari, Macomer e Oristano lo collega a Cagliari. All'interno dell'abitato si trova la maestosa basilica romanica di San Gavino. Il contesto ambientale Porto Torres si affaccia sul mare e il suo entroterra è percorso da numerosi corsi d'acqua. La città moderna è sorta sulle vestigia dell'antica colonia romana di Turris Libisonis, fondata nel I sec. a.C. Si segnalano i resti di un ponte e di un complesso termale noto come Palazzo di Re Barbaro, dal nome di colui che secondo la tradizione agiografica mandò al supplizio San Gavino, martire sardo all'epoca di Diocleziano (304 d.C.). La basilica romanica di San Gavino, eretta nell'area del monte Agellu, area cimiteriale inserita in una necropoli più vasta, si sviluppa tra due cortili, detti "atrio Comita" e "atrio Metropoli". Descrizione La basilica romanica di San Gavino di Porto Torres è uno dei monumenti più significativi dell'intero patrimonio artistico sardo. La grandiosità dell'esterno cede il passo al fascino discreto dell'interno, appena rischiarato dalla luce che proviene dalle monofore a feritoia e si riflette nelle colonne e nei capitelli marmorei prelevate da antichi edifici di età romana e bizantina. Il santuario è anche un'importante meta devozionale, per via del culto millenario tributato ai martiri locali Gavino, Proto e Gianuario. Agli inizi del XVII secolo vi furono ricercate e scoperte le reliquie dei tre santi, collocate poi nella cripta appositamente scavata per accoglierle. Varie campagne di scavo archeologico hanno individuato i residui murari di due chiese più antiche, risalenti al V-VII secolo. Una, più piccola, sta sotto il fianco N della basilica romanica, l'altra si estende nel settore esterno N. Erano entrambe a tre navate ma la più piccola aveva l'abside a O, l'altra a E. Porto Torres fu sede episcopale dal 484 fino al 1441, anno in cui il vescovo turritano si trasferì a Sassari. La prima attestazione della chiesa di San Gavino è nel "Condaghe di San Pietro di Silki" e risale al 1082 circa. Notizie sulla basilica romanica si ricavano dal "Condaghe di San Gavino", leggenda di fondazione redatta nel XIII secolo, nella quale si riferisce dell'impianto votivo a opera di Gonnario-Comita, sovrano di Torres, e dell'ultimazione a opera dal figlio, Torchitorio-Barisone I de Lacon-Gunale, giudice di Torres nel 1065. Non è facile però determinare la cronologia esatta dell'edificio, così come desta numerosi interrogativi la principale particolarità della chiesa, terminante con due absidi contrapposte (a N/E e S/O), una per ogni lato breve, cosicché manca la facciata e gli ingressi si aprono lungo i lati lunghi. La basilica di San Gavino è il monumento romanico più grande in Sardegna (m 58 x 19, altezza m 17 circa). Ha pianta longitudinale a tre navate, divise da arcate su 22 colonne di spoglio e tre coppie di pilastri cruciformi.. La fabbrica iniziò dall'abside a N/E per concludersi con quella a S/O. L'edificio fu realizzato in calcare della Nurra, eccettuati i capitelli su cui impostano le arcate, tutti marmorei e di reimpiego, di epoca romana imperiale tranne tre bizantini e uno dell'VIII secolo. La navata centrale ha copertura lignea, mentre le navate laterali sono voltate a crociera. Lungo tutto l'edificio si aprono monofore che permettono alla luce di entrare nella basilica: alcune sono più antiche, con strombo gradonato, sostituite poi da luci con strombo liscio. All'esterno la basilica si presenta scandita in specchi da una serie di lesene su cui poggiano archetti. A nord si colloca l'unico portale romanico superstite, decorato da due figure umane raffiguranti Adamo ed Eva. A sud si apre un portale del XV secolo, in stile gotico-catalano.

Storia degli studi
La storia degli studi sulla chiesa di San Gavino è assai vasta, a partire dalla voce "Portotorre" (1847) di Vittorio Angius, seguita dall'articolo di Giovanni Spano (1856) sull'antica città di Torres. Del secolo successivo sono i contributi di Dionigi Scano (1907), Vico Mossa (1948, 1957, 1988), Raffaello Delogu (1953), focalizzati sulla problematica storico-artistica. Del 1989 è lo studio archeologico di Guglielmo Maetzke, mentre più recente è la monografia di Fernanda Poli (1997), che analizza tutti gli aspetti del monumento.

Testi tratti dal sito della Regione Sardegna


Chiesa di Balai vicino. Foto Archivio Turris Bisleonis


Informazioni:

Collegamenti via mare.
Porto Torres è sede dell'omonimo porto di Porto Torres,
il secondo porto per importanza (sia merci che passeggeri) della Sardegna.
Comune di Porto Torres

Trasporti


Strade
Stintino (30km circa)
Platamona Lido (6km circa)
Alghero (35km circa) - Strada Provinciale 42 dei Due Mari
Sassari (19km circa)
Ittiri (37km circa)

Feste, sagre ed eventi

Santi Gavino, Proto e Gianuario

Il 25 ottobre a Porto Torres vengono onorati i Santi Gavino Proto e Gianuario, patroni della città. La festa in loro onore si tiene anche la domenica di Pentecoste e il lunedì successivo. La "Passio", cioè il racconto del loro martirio, narra che che Proto, sacerdote, e Gianuario, diacono, predicavano il Vangelo sul Monte Agellus. Con l'avvio della feroce persecuzione contro i cristiani da parte di Diocleziano, furono arrestati e torturati. Liberati da un soldato di nome Gavino lasciarono la città e si rifugiarono in una grotta. Gavino, condannato a morte, fu decapitato vicino al mare e il suo corpo venne gettato fra le onde. Proto e Gianuario tornarono a Turris per ricevere a loro volta il martirio e furono decapitati il 27 ottobre. Il 3 maggio hanno inizio le celebrazioni in ricordo della traslazione dei corpi dei tre martiri a Porto Torres. Dalla grande Basilica di San Gavino una solenne processione accompagna i simulacri lignei dei santi fino alla chiesetta di Balai, detta di San Gavino a Mare, dove si trovano tre ambienti scavati nella roccia, utilizzati come sepolture in epoca romana. Uno di questi sarebbe stato il sepolcro dei tre martiri. Le statue restano sino a Pentecoste nella piccola chiesa, che diventa meta di pellegrinaggio da parte di migliaia di fedeli. Un'altra processione, la sera del giorno di Pentecoste, riaccompagna i simulacri nella Basilica di Porto Torres. Una leggenda, contraddicendo il racconto della "Passio", racconta che i corpi furono scoperti nel Medioevo dal giudice Comita: colpito dalla lebbra sognò San Gavino che gli prometteva la guarigione e gli chiedeva di recuperare il suo corpo e quelli di Proto e Gianuario, sepolti a Balai e di portarli in un luogo migliore, costruendo una chiesa. Sarebbe, così, sorta l’attuale Basilica.


 

Web Master: Adriano Agri - Sassari Servizi Internet
Copyright: © Le Vie della Sardegna Tutti i diritti Riservati

leviedellasardegna.eu
Leggi le nostre Policies su Privacy e Coockies
Copyright 2016. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu