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Bonorva :: Comune nella Provincia di Sassari situato sulla parte settentrionale dell'altopiano della Campeda.

Località > Sassari
Bonorva, necropoli di Sant'Andrea Priu.
Bonorva Necropoli di Sant'Andrea Priu, il cosiddetto "toro" o "campanile". Sul pianoro, a 10 metri a nord del ciglione, a 13 metri a ovest del pozzo di illuminazione dell'ipogeo VI, s'innalza una singolare rupe, certamente già interessante - come aspetto - per natura, ma resa ancora di più dall'intervento dell'uomo. È quello che comunemente veniva indicato come "campanile". Il Taramelli lo riteneva un masso trachitico, sporgente dalla sommità del banco, ritagliato esternamente ed internamente traforato da una cella ipogeica le cui pareti furono sfondate. Non di rado si è pensato ad un monumentale "toro", una scultura che sarebbe ora mutila della testa, ma - in realtà - non si notano fratture, almeno di dimensioni tali da autorizzare l'accoglimento dell'ipotesi.

Bonorva

Bonorva (Bonòrva, Onòrva in sardo) è un comune di 3.728 abitanti della Provincia di Sassari, situato nella regione storica del Logudoro e nella sub-regione del Meilogu, a circa 150 km a nord di Cagliari e a circa 50 km a sud-est di Sassari. Il poleonimo deriva dal latino "Bonus Orbis" e significa "buona terra". Nel suo territorio si trova l'altopiano di Campeda. Centro agro-pastorale del Meilogu, situato in un territorio ricco di importanti siti archeologici, è rinomato per la tessitura artigianale di arazzi, tappeti, copriletti, e per la produzione de "su zicchi", tipico pane di grano duro.

Abitanti: 4.044
Superficie: kmq 149,74
Provincia: Sassari
Municipio: piazza Santa Maria, 27 - tel. 079 867894
Guardia medica: corso V. Emanuele II, 138 - tel. 079 866487
Polizia municipale: piazza Santa Maria, 27 - tel. 079 867894
Biblioteca: piazza Sant'Antonio - tel. 079 867574

Ufficio postale: via Regina Margherita, 3 - tel. 079 866186

Bonorva Cascata
bonorva il paese

L'altopiano di Campeda si estende nella Sardegna nord-occidentale su una superficie di 11.058 ettari. Il territorio è suddiviso tra i comuni di Macomer, Bortigali, Sindia e Bonorva, e si trova ad un'altitudine compresa tra 425 ed 845 metri. Un tempo ricoperto di lussureggianti boschi secolari che vennero abbattuti nella seconda metà dell'800, allo scopo di ricavarne traversine ferroviarie o per costruzioni navali. Oggi vi si possono apprezzare importanti formazioni boschive.

Il paese di Bonorva, sviluppatosi dopo la fine dell'età medievale, è situato sulla parte settentrionale dell'altopiano della Campeda. L'origine del nome è ancora oggi molto incerta. La presenza di popolazioni in questo territorio risale di sicuro all'epoca nuragica, in quanto sono presenti nella zona numerosi complessi nuragici e domus de janas. La tomba più importante è la cosiddetta "Tomba del capo" che ha un estensione di 250 m quadri, è formata da diversi ambienti, e che venne utilizzata ininterrotamente da tutte le culture successive. L'architettura urbana è tipica dei paesi a cultura agro-pastorale, con strade strette e con case con ampi cortili, che in passato potevano servire per ospitare una parte del bestiame.



Informazioni Culturali e Turistiche su Bonorva

Nel paese è ancora molto viva la tradizione della tessitura con telaio orizzontale: utilizzando la tecnica "a punta de agu", ossia a ricamo si possono ammirare tappeti e disegni molto raffinati e particolari. Di sicuro interesse per il visitatore possono essere: gli affreschi di Sant'Andrea Priu, la chiesa della Natività di Maria e la fonte archeologica di Su Lumarzu. Inoltre, si consiglia una visita al grazioso centro storico ricco di viuzze che faranno ripercorrere momenti del passato, accompagnati dalla possibilità di poter assaporare i piatti tipici del paese nei diversi ristoranti presenti nel paese. Si invita il visitatore a partecipare alla sagra de Su Zicchi. La manifestazione presenta due momenti importanti: un covegno e la degustazione de "su zicchi", antico pane di grano duro. Contemporaneamente, si svolge ''Mustras'', mostra mercato dell'artigianato e dei prodotti tipici locali, tra cui tappeti, ricami finissimi e i saporiti dolci sardi.

Eventi a Bonorva


Sas Pariglias Bonorvesas (pariglie bonorvesi), giovedì e martedì di carnevale
Santa Lucia, primo maggio
Santa Vittoria, 8 maggio
San Giovanni Battista, 24 giugno
Sagra de su zicchi, mese di agosto
La manifestazione presenta due momenti importanti: un covegno e la degustazione de su zicchi, antico pane di grano duro. Contemporaneamente, si svolge ''Mustras'', mostra mercato dell'artigianato e dei prodotti tipici locali, tra cui tappeti, ricami finissimi e i saporiti dolci sardi.
Festa di Santa Barbara, primi di ottobre
La manifestazione si svolge presso l'omonimo villaggio con un pranzo pubblico a base di prodotti tipici. Molto coinvolgente è la processione con la statua della santa accompagnata dai cavalieri.



Cultura a Bonorva

Affreschi di Sant'Andrea Priu
Come arrivare
Dall'abitato di Bonorva, prendere la strada per Bono e percorrerla per circa 6 km, quindi svoltare a destra in una strada asfaltata che conduce alla chiesa campestre di Santa Lucia. Superarla e proseguire per altri 500 metri circa fino a raggiungere, sulla sinistra della strada, l'area recintata della necropoli.
Descrizione L'ipogeo si trova in un'estesa vallata denominata "piana di Santa Lucia". È compreso nella necropoli preistorica scavata in un costone di roccia vulcanica. Le domus de janas testimoniano la presenza dell'uomo nell'area di Sant'Andrea Priu già dall'epoca neolitica, quando il sito aveva funzione funeraria. I numerosi nuraghi sparsi nel territorio attestano la continuità di vita nell'età del Bronzo. Per i periodi successivi sono state individuate importanti testimonianze di fase punica, romana e medievale. Nella necropoli, costituita da una ventina di tombe ipogee, solo una domus de janas - la tomba VI, nota anche come Tomba del Capo - è stata riutilizzata per il culto cristiano, in due momenti cronologicamente distinti, sino ad arrivare a noi come chiesa dedicata a Sant'Andrea. La tomba è costituita da diciotto ambienti, di cui i tre maggiori si allineano lungo l'asse longitudinale. La cella intermedia conserva lacerti di affreschi cristiani nella parete in cui si apre il passaggio alla camera più interna: in alto, entro un riquadro delimitato da una fascia rossa, sono dipinti festoni e uccelletti, mentre a sinistra una figura femminile guarda lo spettatore e contemporaneamente si rivolge alla croce raffigurata sopra il varco di passaggio alla camera interna. Nelle pareti di quest'ultima sono raffigurate, da sinistra, alcune scene dell'infanzia di Gesù accompagnate dalle immagini della mano divina benedicente, dei pavoni e dell'annuncio ai pastori. Al centro, in asse con l'ingresso, si trova la figura di Cristo benedicente. Le figure di cinque santi, identificati come apostoli dai nomi, occupano le pareti di destra, seguite da San Giovanni Battista, dalla Madonna e da altri cinque apostoli o santi. Sotto l'affresco del Cristo benedicente è stato individuato un altro strato pittorico con gli stessi caratteri tecnico-formali delle pitture della camera intermedia, pertinenti ad un primo utilizzo cristiano dell'ipogeo preistorico. Dopo questo momento, per il quale non è possibile chiarire se si trattasse di un uso funerario o cultuale, arrivò la trasformazione in chiesa, documentabile grazie all'iconografia degli affreschi della camera più interna. Il vano più vicino all'ingresso ebbe la funzione di nartece, destinato ad accogliere coloro che ancora non avevano ricevuto il battesimo, quello centrale fu riusato come aula per i fedeli che, invece, avevano già ricevuto il sacramento del battesimo, ed il vano successivo come presbiterio, spazio riservato ai sacerdoti. Gli affreschi della camera intermedia sono datati dagli studiosi fra il IV ed il VI secolo. Nella camera più interna, invece, gli affreschi sono databili, pur con qualche dubbio, alla seconda metà dell'VIII secolo. Ad età bizantina sono state ricondotte le due sepolture ricavate nel pavimento del nartece. Storia degli scavi Benché l'area archeologica fosse nota agli storici già dal Cinquecento, solo nel 1916 fu organizzata una vera e propria campagna di scavo, condotta da Antonio Taramelli, che realizzò degli accurati rilievi. Il restauro del monumento fu effettuato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso.


Chiesa della Natività di Maria
Come arrivare
Il paese di Bonorva è facilmente raggiungibile dalla "Carlo Felice" percorrendo per circa 3 km lo svincolo che si imbocca all'altezza della cantoniera Cadreas. La parrocchiale è al centro dell'abitato e costituiva, probabilmente, il fulcro attorno a cui si raccoglieva il nucleo più antico di cui non resta molto. Bonorva è situato sul costone Nord dell'altopiano di Campeda, localmente detto "Su Monte", al centro della più occidentale delle subregioni logudoresi, il Meilogu, denominazione medievale derivata da "medium locus" con allusione alla centralità di quest'area nel giudicato di Torres.
Descrizione La parrocchiale di Bonorva fu ricostruita per volontà del rettore Jacopo Passamar, futuro vescovo di Ampurias e poi arcivescovo turritano, nell'arco di quasi un trentennio a partire dal 1582, data sul capitello d. del pilastro dell'ultima campata verso l'abside, mentre sotto il simulacro della Vergine nel fastigio della facciata è incisa la data del 1606 che potrebbe segnare il termine dei lavori. Presenta un impianto di ascendenza gotico-catalana, ad aula unica divisa in cinque campate da archi trasversali a sesto acuto su alti pilastri, coperto da crociere nervate con gemme pendule. La capilla mayor, anch'essa voltata a crociera costolonata, ha nella gemma l'effige della Madonna col Bambino. Dalla seconda campata si aprono profonde cappelle laterali voltate a botte che, pur edificate in tempi diversi, conferiscono nella giustapposizione degli stili e degli ornati - dal fiorone di stampo gotico alle baccellature di estrazione classicistica - quella dimensione plateresca che rappresenta quasi la cifra delle chiese del Meilogu. La facciata a spioventi è limitata da paraste angolari concluse da acroteri a vaso con fiaccola. La cornice terminale a decoro fitomorfo è sovrastata da un tratto di parete e da una seconda cornice a smusso, con accentuazione dell'effetto di doppio coronamento. La nitida partitura, realizzata da un artefice che fonde stilemi romanici, tardogotici e classicistici è caratterizzata dal portale che può ricordare quello del San Pietro in Ciel d'oro a Pavia, con pilastri a fascio di colonnine le cui modanature proseguono oltre gli stretti capitelli cilindrici nell'archivolto a tutto sesto, affiancati da pinnacoli che, superato il timpano con fiorone, raggiungono la cornice orizzontale ad archetti intrecciati. In asse il rosone ripropone nelle modanature a spirale con sferule e punte di diamante un ornato tipicamente plateresco. Storia degli studi La chiesa è oggetto di una sintetica scheda nel volume di Francesca Segni Pulvirenti e Aldo Sari sull'architettura tardogotica e d'influsso rinascimentale (1994).

Chiesa di San Lorenzo di Rebeccu

Come arrivare

Si lascia l'abitato di Bonorva per immettersi sulla SP 126. Percorsi 5 km si scorge al bivio la chiesa di San Lorenzo, sulla d. della strada che sale alla frazione di Rebeccu. Il sito campestre, nel quale si trova la chiesa, corrisponde a un insediamento di età romana lungo l'antica strada "Caralibus Ulbiam". In epoca medievale vi fu impiantato il villaggio di Rebeccu, in seguito abbandonato. Nel 1831 all'interno del San Lorenzo fu rinvenuto un sigillo in piombo di Barisone II, giudice di Torres tra il 1147 e il 1186.
Descrizione La chiesa di San Lorenzo rappresenta un esempio di Romanico "minore", che trae il principale motivo di fascino dall'organico inserimento nel paesaggio. Le caratteristiche strutturali e il sigillo di Barisone II, ritrovato al suo interno e forse pendente in origine dalla pergamena di consacrazione dell'altare, inducono a collocare la fabbrica nella seconda metà del XII secolo. Agli inizi del XIX secolo la chiesa fu parzialmente demolita per utilizzare i materiali nella costruzione della parrocchiale di Rebeccu. Nei restauri del 1982 sono stati ricostruiti il fianco S e il tetto in legno. La pianta è mononavata con abside a E. Il paramento originario è in conci calcarei di media pezzatura con inserti di pietra basaltica, che accennano all'opera bicroma. Nella facciata, conclusa da campanile a vela, il portale è architravato e sormontato da una lunetta. Le larghe paraste d'angolo si concludono alla base degli spioventi, lungo i quali si conservano cinque archetti tagliati a filo e impostati su peducci. In entrambi i frontoni una luce cruciforme illumina l'aula. Storia degli studi Vittorio Angius cita la chiesa alle voci "Bonorva" e "Ribeccu" (1834, 1847). In un articolo sulla "Nuova Sardegna", Giovanni Lilliu (1972) suggeriva che la chiesa di "Santu Larentu" fosse stata edificata sui ruderi di un nuraghe complesso e ne lamentava la progressiva rovina. Dopo il restauro, l'edificio è stato studiato da Aldo Sari (1976, 1981). I contributi più recenti sono di Renata Serra (1989) e di Roberto Coroneo (1993).


Fonte di Su Lumarzu
Come arrivare
Lasciare l'abitato di Bonorva in direzione di Bono e percorsi circa 3 km voltare a destra, al bivio per la frazione di Rebeccu. Raggiunto il piccolo centro, si lascia l'auto nel piazzale della Chiesa. Proseguendo dritti, tenendo la Chiesa a sinistra e una fontana a destra, si trova un sentiero: percorrerlo per poche centinaia di metri, seguendo sempre le frecce dipinte su alcune pietre, fino a giungere davanti al cancelletto del terreno ove è situata la fonte. Prima di varcarlo, ottenere l'assenso del proprietario. Il monumento è ubicato nell’estremità S della piana di Santa Lucia a una distanza di circa 300 m in direzione E dal villaggio di Rebeccu.
Descrizione Il monumento, una piccola fonte cultuale di età nuragica, è costituito da un atrio e da una celletta ove si raccoglie la vena sorgiva. In età cristiana sulla faccia inferiore della lastra di chiusura venne incisa una croce latina. L'acqua defluisce attraverso una canaletta - incisa nella soglia dell'ingresso alla fonte - verso un condotto di scolo realizzato al di sotto della pavimentazione dell'atrio stesso. La frequentazione del sito è proseguita fino alla tarda antichità, come dimostrano le monete del IV sec. d.C. rinvenute ai tempi del Taramelli durante la pulizia del vestibolo.


Necropoli di Sant'Andrea Priu
Come arrivare
Dall'abitato di Bonorva, prendere la strada per Bono e percorrerla per circa 6 km, quindi svoltare a destra in una strada asfaltata che conduce alla chiesa campestre di Santa Lucia. Superarla e proseguire per altri 500 metri circa fino a raggiungere, sulla sinistra della strada, l'area recintata della necropoli. La necropoli è ubicata sul limite orientale della piana di Santa Lucia, a pochi km di distanza dalla fonte nuragica di Lumarzu, dal nuraghe Puttu de Inza e dal nuraghe Monte Donna.
Descrizione Le domus de janas che compongono questa necropoli, una delle più estese ed importanti della Sardegna, sono scavate sulla parete verticale e sul pianoro di un affioramento trachitico - alto circa 10 m e orientato a S - e consisono in una ventina di sepolture disposte per lo più ad una certa altezza rispetto al livello di campagna. Cronologicamente sono inquadrabili nel neo-eneolitico, fra IV e III millennio a.C., ma le prime fasi di utilizzo sono da ricondurre alla Cultura di Ozieri (Neolitico finale: 3200-2800 a.C.). Gli ipogei risultano accessibili solo in parte, in quanto il cedimento parziale del fronte di roccia ha causato la distruzione di alcuni vani e dei gradini o pedarole che consentivano di raggiungerli. L'impianto planimetrico delle sepolture è monocellulare o pluricellulare: a quest'ultimo tipo appartengono tre tombe di particolare interesse: la "Tomba del Capo", la "Tomba a capanna circolare" e la "Tomba a camera".




Bonorva, Necropoli di Sant'Andrea Priu
Bonorva, chiesa di San Lorenzo di Rebeccu
Bonorva è uno dei centri più importanti della parte meridionale della provincia di Sassari. Il suo territorio confina con quello dei comuni di Semestene, Cossoine, Giave, Torralba, Mores, Ittireddu, Nughedu San Nicolò, Bono, Illorai, Bolotana e Macomer. La struttura lito-geologica è quella del Meilogu: effusioni trachitiche e trachiandesitiche oligoceniche, sedimentazioni marine mioceniche, colate basaltiche del quaternario. Il disfacimento di queste rocce ha dato origine ai terreni di Santa Lucia e di Cunzadu, non più di 1200 ettari, adatti a colture varie, specialmente di cereali. Il resto è, in massima parte, pascolativo, con un’altitudine variante da 782 (Monte S’Unturzea) a 316 metri (Paule S’Iscudu). Per la sua esposizione a nord-ovest delle pendici del Marghine, il clima è più fresco, piovoso e ventoso di quanto non comportino le diverse quote.
La preistoria. Se Bonorva è povera di storia, in compenso è ricca di preistoria. «Tutta la zona del Marghine, che è quasi il cuore, la spina dorsale dell’Isola, è ricchissima di monumenti storici, che si contano a centinaia, in quasi tutto il territorio […]. Ma discorrere di tutta questa immensa rete di costruzioni nuragiche condurrebbe molto lungi; giova quindi limitarmi al campo più vasto di Bonorva». Così scriveva Antonio Taramelli in una sua splendida monografia (Fortezze, recinti, fonti sacre e necropoli preromane nell’agro di Bonorva, Roma, 1919). Oggi molti di quei monumenti sono stati distrutti o danneggiati, più che dall’incuria e dal tempo, da ricercatori di tesori e dai più moderni e più vandalici tombaroli. Sono scomparsi il nuraghe Arrettu, al centro del paese, e il nuraghe Pazza all’uscita; sono stati spezzati miliari, betili, stele tombali e perfino un sarcofago; si era aperta una cava nella necropoli di Sant’Andrea Priu; sono state sconvolte tombe di giganti e parte dei villaggi preistorici. Ultimo lo scempio della necropoli di Cadreas, in gran parte distrutta o sepolta nella costruzione della “superstrada” Cagliari-Sassari, e degli affreschi bizantini che ornavano la tomba-chiesa di Sant’Andrea Priu. Il sindaco Virgilio Tetti, nell’intento di salvare ciò che era minacciato da ulteriore distruzione, iniziò la recinzione di una zona di rispetto della tombachiesa e la costituzione di un parco-museo in cui raccolse oltre venti miliari, otto betili, una stele di tomba di giganti, una stele funeraria punica, varie urne cinerarie e altri reperti. Di recente è stato allestito e inaugurato, nei locali del convento annesso alla chiesa di Sant’Antonio da Padova, un vero e proprio museo che accoglie, oltre quegli oggetti, gli altri rinvenuti in seguito.

Ecco dunque, in un elenco sintetico, i complessi monumentali più importanti:

Ipogei. Numerose, vere necropoli, sono a Cadreas, a Ponte Mulinu (al confine con Giave, Cossoine e Bonorva), a Sant’Andrea Priu, a Coloru e a Zuffinu, nonché domus de janas isolate a Sa Rocca Rutta di Bonorva, a Figu Nieddu presso Rebeccu e nella costa di Cunzadu.
Muras. Recinti megalitici si trovano presso il nuraghe Giove, a Tilipera, Baddadolzu, Mura Cariasas, Mincìo (o Sos Alvanzeles), Funtana Sansa ecc.
Tombe di giganti. A Mura Cariasas, a Berraghe, ad Aeddo sull’altipiano di Campeda; a Sas Chidonzas, a Su Terranzu e a Sette Chelcos presso Cuiaru, ecc.
Villaggi nuragici. Sono nelle località di Giave e presso Puttos de Inza.
Fonte sacra. Famosa quella de Su Lumarzu a Rebeccu.
Fortezza punica. La fortezza punica di San Simeone si trova sul monte Càccau.
Nuraghi. Molto numerosi i nuraghi: alcuni di essi sono di notevole interesse, come Tres Nuraghes, Puttos de Inza e Giove.
Resti romani sono sparsi un po’ dappertutto: di una certa importanza i resti di edifici a Rebeccu e delle antiche strade Caralis-Turris e Caralis-Olbia, nei cui pressi si sono rinvenuti oltre 40 miliari.
Nel territorio esistevano alcuni villaggi ora scomparsi: Trèchiddo (negli antichi documenti Terchillo), Cunzadu (negli antichi documenti Cuniatu), Abrìu, Mura Pizzinna, San Simeone. Alcuni risalgono all’età nuragica, ma con evidenti tracce puniche e romane.

Le origini. Il centro abitato si allunga da Funtana Manielle all’ospedaleManai, per 1700 metri circa, ai piedi dell’altopiano di Campeda, su un terreno disuguale, ad una quota che varia dai 453 m della stazione ferroviaria ai 505 della piazza Santa Maria, ai 542 de Sa Pala. La forma del suo nome attestata negli antichi documenti è Bonorba (la b si pronunciava, come a Bitti, molto attenuata = bh). L’etimo è incerto. Lo Spano, nel suo Vocabolario geografico, fa derivare Bonorva da ban = edifizio, casa e arba = grande, dunque “abitazione distinta”: meno verosimile del latino “Bona + arva”, cioè “buoni campi”. A Massimo Pittau «sembra che sia da riportare all’etrusco, presupponendo un incrocio Bona + Mnrva»: il suffisso ba (bha, va, ua) è caratteristico dell’etrusco. Ma forse, più che ricorrere all’ipotesi dispendiosa di un incrocio del genere, sarebbe meglio cercare la base di Bonor (= “montagna”). L’antichità del paese è attestata dalla presenza del nuraghe Arrettu, ora scomparso, e dal ritrovamento di monete romane e bizantine. Nel Medioevo era formato da tre minuscoli aggregati: Sa Pala, tra la chiesa di San Giovanni e la cappella di Santa Maria de Su Chelchizzu, demolita per edificare la parrocchia attuale; Sas Coltes, dove si custodiva il bestiame che lavorava o pascolava nelle terre collettive di Su Padru; Muristene, il più antico, sorto intorno alla chiesa di Santa Vittoria, ai piedi del nuraghe Arrettu. Muristene era detto l’insieme delle case ad uso dei devoti, di cui la piazza Santa Vittoria conserva ancora la pianta. La prima notizia sul paese compare nel Condaghe di San Nicola di Trullas nell’atto di donazione alla chiesa di alcune parti di servi: «donnu Comita de Athen sende malauidu in Bonorba» dona a San Nicola «su latus de Uictoria Murta et latus de sa filia Uera et pede de s’attera filia Sirica» (latus = metà, pede= 1/4). Gli Athen, quindi (o forse un loro ramo), fondatori del monastero di san Nicola di Trullas, dimoravano in Bonorba, nel cuore del loro immenso patrimonio.

Nel Medioevo aragonese.
La seconda notizia ci viene dagli Anales dello Çurita. È un episodio fra i più noti della storia della Sardegna nel Basso Medioevo. Nell’agosto del 1347 l’aragonese Guglielmo di Cervellon congiunge le sue truppe con quelle guidate dai figli, a Bonorba. Di qui muove verso Sassari. Ad Aidu ’e Turdu, tra Ponte Mulinu e S’Ena ’e Su Priore, cade in un’imboscata tesagli dai Doria e, insieme al grosso delle sue truppe, perde anche i figli Monico e Gerardo e il cugino Ughetto. Fuggendo verso il castello di Burgos muore, prima di giungervi, a Foresta. Di questa battaglia («muy rezia», molto aspra, dice lo Çurita) restano eloquenti testimonianze nei resti umani che si scoprono in grande quantità negli anfratti di Badde Fustes e de Sa Pala ’e Sa Piedade, ma soprattutto nelle tombe, rinvenute presso la distrutta chiesa di Santu Bainzu de Medrinu, e nella grande fossa comune, trovata da contadini presso la distrutta chiesa di San Nicola. Qui, con tutta probabilità, vennero sepolti i caduti dell’esercito vittorioso. Bonorba si trova ancora ricordata nel trattato di pace tra Eleonora di Arborea e gli Aragonesi (31 agosto 1386): Gosantine Runchura (da correggere Runchina), majore de villa, insieme ai rappresentanti delle altre ville della curatoria di Costaval, riconosce le clausole del trattato, davanti alla chiesa di Santa Maria in Rebeccu. Era «Sindicus actor et procurator curatorie, Joannes Masala habitator ville de Ribechu». La delegazione bonorvese era la meno numerosa: un segno della scarsa importanza della “villa”, che traspare anche dalle Rationes decimarum Sardiniae. Qui troviamo Bonorba una sola volta (n. 2293): Gasberto di Crusorvio, canonico e rettore di Bonorba e di Semeston, versa lire 10 e soldi 20, anche meno di Trèchiddo, certamente perché – come è detto nel registro – «castra ville et beneficia sunt destructe propter dictam guerram et mortalitatem». Prima gli Aragonesi acquartierati, poi i vincitori di Aidu ’e Turdu! Nelle tradizioni locali resta ancora un confuso ricordo di rovine, su cui s’instaurarono i Cubello (1410), gli Alagon (1470), i Marongiu (1478), gli Enriquez (1480) ecc. che per secoli spremettero il sangue del paese. Ultimo venne il marchese di Villarios, che ancora nella prima metà dell’Ottocento esigeva «il deghino dei porci e delle pecore, il carrargiu delle vacche, uno scudo per ogni segno di capre, l’affitto della montagna, il dritto del mosto, la mezzana dei zappatori, il feu o testatico e l’affitto dei territori che coltivano i non vassalli» (così scrive l’Angius nel Dizionario del Casalis). Ciò nonostante, Bonorva fu tra i pochissimi paesi che si opposero all’editto del 1835 sull’abolizione della giurisdizione feudale. Ma nel 1849 i bonorvesi insorsero contro il fisco, cacciando l’esattore, bruciando i registri e commettendo altre violenze, tanto che il Lamarmora, allora commissario straordinario nell’isola, dovette inviarvi delle truppe.
Bonorva fonte di Su Lumarzu.
Bonorva fonte di Su Lumarzu. Il monumento, una piccola fonte cultuale di età nuragica, è costituito da un atrio e da una celletta ove si raccoglie la vena sorgiva. L'atrio, lastricato, di pianta rettangolare, presenta sedili alle pareti e una nicchietta. La muratura è costituita da regolari filari di conci di basalto squadrati con cura. Dall'atrio, attraverso un ingresso a luce trapezoidale ricavato in un lastrone monolitico si accede alla celletta. Il piccolo vano, costruito con blocchi di basalto lavorati sommariamente ma connessi con cura, presenta copertura a "tholos" chiusa da un grosso lastrone orizzontale.
Bonorva, piazza Santa Maria foto storica
Nell’Età moderna. Nonostante il feudalesimo, le pestilenze e le carestie ricorrenti, il paese iniziò una lenta ma continua ripresa verso i primi del Cinquecento. Nel 1678 i “fuochi” sono 440 (circa 1600 abitanti); si registra un calo nel 1688 (296 fuochi, 1070 a.) e nel 1751 (dai 2554 abitanti del 1728 a 2493), a causa della peste; ma la crescita continua, seppure lentamente. Nel 1881 la popolazione raggiunge le 6116 unità. Il primo segno di questa ripresa è la costruzione della chiesa parrocchiale, consacrata alla Madre di Dio nel 1614 dal suo costruttore, Diego Passamar, divenuto vescovo di Ampurias. Forse si deve a Diego Passamar se, poco dopo il 1612, vennero chiamati nel paese i Gesuiti. In seguito vennero costruiti il campanile (dal parroco Merlo) e la chiesa di Sant’Antonio (da Bachisio Mura, 1682); inoltre furono ricostruite e ampliate la chiesa di San Giovanni e l’antica parrocchia di Santa Vittoria, divenuta poi cappella dei Gesuiti. Il 12 aprile 1708 il conte di Villarios, il clero e la comunità di Bonorva sottoscrissero l’atto istitutivo del convento dei frati Minori, con l’impegno di tenervi una scuola di Gramatica e di Artes: impegno poi venuto meno, se nel 1835 la scuola normale e quella di latino, le sole esistenti, erano state istituite da un prete. Rimane ancora la massiccia costruzione del convento, cui è annessa la chiesa di Sant’Antonio. La prosperità (relativa) raggiunta dal paese risulta ancora da alcune cifre. Durante la visita del conte d’Hallot des Hayes nel 1770 si rilevò «che il fondo presentaneo del Monte granatico è 350 starelli, e se ne sono lavorati st. 49»; «che nel Contado vi saranno 300 c/a giunte di bovi domati, 40 greggi di vacche di 70 in 80 circa cadauno (= da 2800 a 3200 capi), 1800 porci, tra pecore e capre 18/m (18.000 capi); cavalle da 500 in 600 circa». Erano i resti del patrimonio zootecnico: infatti «per la perdita sofferta negli anni scorsi del bestiame, gli individui si sono totalmente dati all’agricoltura». Fu proprio la grande moria del bestiame che insegnò ai bonorvesi, fino ad allora quasi tutti pastori, ad equilibrare la loro economia con l’agricoltura, come possiamo dedurre dalle cifre fornite dall’Angius per il 1833: gli abitanti erano 5100; il Monte granatico «ebbe per dotazione starelli di grano 1400 e lire 400. Nel 1833 fu trovato il fondo granatico di starelli 3000, il nummario di lire 1100»; «si suol seminare di grano starelli 6125, d’orzo 2044, di granone 350, di fave 1750, […] di ceci se ne sparge starelli 525. Non si gustano le patate; le vigne sono più di 300, contenendo forse rasieri 1300. Ragguaglia il rasiere ad ari 139,53»; il bestiame era calcolato in «circa 4000 cavalle rudi, 250 cavalli e cavalle domite, in 2000 buoi d’aratro, in 2500 vacche rudi, in 100 vacche mannalite o domestiche, in 24.000 pecore, in 2500 capre, in 300 giumenti, in 3500 porci».
Nell’Ottocento. Si ha l’impressione che il reddito complessivo del patrimonio agro-pastorale abbia subìto un lungo ristagno dal 1833 ad oggi. La politica delle chiudende, cioè della privatizzazione “perfetta” delle terre prima aperte e di parte dei terreni comunitari, aveva avvantaggiato pochi proprietari, ma aveva privato molte famiglie della possibilità di coltivare o pascolare, a condizioni ragionevoli, in Su Padru o nel demanio. Il poeta Paolo Mossa aveva formato, con la legge delle chiudende, un latifondo di 700 ettari. E non era il maggiore arraffatore. Ma era, tra i proprietarios – la nuova casta di agrari sorta con le chiudende – certamente, se non l’unico, uno dei pochissimi aperti alle idee moderne, in materia di conduzione di un’azienda agraria. Bonificò i terreni e tentò la coltura del cotone. Nel Consiglio comunale, dominato dai proprietarios, fu all’opposizione. Nella Deputazione provinciale fece di tutto perché la linea ferroviaria passasse a Bonorva; e vi riuscì, nonostante la sorda opposizione degli stessi proprietarios, i cui padri nel 1822 avevano convinto gli ingegneri piemontesi a far passare la strada a Cadreas, «facendo zufolare le palle ai loro orecchi», come dice il Lamarmora. Bonorva era famosa per i suoi cavalli (4250 capi): perciò Mossa fece di tutto per portare a Bonorva il Deposito Allevamento Cavalli per l’esercito. Per alloggiare gli uffici e il personale direttivo fece costruire il palazzo ancora noto con il suo nome. Un suo parente, il prefetto Giuseppe Manai, mise a disposizione oltre 300 ettari nella piana di Santa Lucia che, rifiutati, costituirono l’ente di beneficenza a lui intestato. Il poeta fu assassinato da sicari, certamente mandati o istigati dai proprietarios. Il Monte granatico continuò la sua attività, ma poté ben poco. I fitti dei pascolativi e dei semineri divennero ben presto esosi. L’industria casearia alla fine dell’Ottocento provocò un grande rialzo del prezzo del formaggio: «Chie manigat casu, tenet dentes de oro» (“Chi mangia formaggio ha denti d’oro”), si diceva. Ma già verso i primi del Novecento la speculazione rese difficile la vita dei pastori, legati da contratti iugulatori, col sistema delle anticipazioni sulla produzione del latte. Si estese allora la piaga degli incendi. Scomparve quanto restava della grande foresta che, ininterrotta, copriva la Campeda e le pendici del Marghine, già devastata dalla politica di rapina delle piante da legno, durata dal 1864 al 1900. E scomparvero pure i cervi e i daini che la popolavano. È in questo periodo che a Bonorva nasce il socialismo, ad opera dell’avvocato Giovanni Antioco Mura. Si costituisce la Società mutua per il bestiame. Subito dopo la prima guerra mondiale si cerca di mettere in piedi una cooperativa tra pastori, ma occorre giungere al 1965 perché il vecchio progetto diventi, ad opera dell’exsindaco Antonio Cocco e di pochi volenterosi, una realtà operativa. La produzione di grano duro, uno dei migliori d’Italia, ebbe alti e bassi; raggiunse il culmine verso la metà degli anni Trenta e riprese nell’ultimo dopoguerra, raggiungendo perfino i 70.000 quintali. Oggi non copre nemmeno il 20% del fabbisogno. Il resto della produzione cerealicola è insignificante. Il patrimonio zootecnico registrato al censimento dell’agricoltura del 1990 è il seguente: ovini 36.200, vaccini 3000, suini 1000, equini 380. Anche tenendo conto della diminuzione degli abitanti, l’effettiva ricchezza pro capite risulterebbe diminuita. La caduta delle attività agricole è compensata, in parte, dalla maggiore redditività dell’allevamento del bestiame, dalla presenza di alcuni caseifici e di ditte che vendono o producono complementi per l’edilizia, dall’imbottigliamento dell’acqua alcalino-ferrosa di Santa Lucia, dalla tessitura di tappeti e coperte (forse più fiorente in tempi passati), dalla produzione e dal commercio dei mobili e soprattutto da pensioni, stipendi, rimesse di emigrati.
Il paese. Chi arriva a Bonorva si ferma generalmente in Piatta: così i bonorvesi chiamano il loro ritrovo abituale, formato dalle due piazze contigue di Santa Maria e Paolo Mossa. Noterà subito il contrasto tra il complesso sobrio ed armonico della facciata e del campanile della parrocchia, la banalità della casa comunale e la mole del palazzo costruito dal poeta Paolo Mossa. E non manca il solito monumento che, dicono i bonorvesi, «fa torto ai caduti in guerra». Ma sono giustamente orgogliosi della loro passeggiata, cui fa da sfondo la chiesa di San Giovanni. L’interno della parrocchia è un interessante documento del gotico aragonese. Come dice l’iscrizione a destra di chi entra, fu costruita «spacio viginti octo annorum». Le non poche asimmetrie e l’esecuzione del lavoro denotano la presenza di maestranze locali, dirette in modo discontinuo. L’altare maggiore, costruito da Nicolao Prunas nel 1798, è una pomposa e stonatissima bugia di marmi finti, che oltre tutto nasconde la bella pala d’altare del Seicento raffigurante la Madre di Dio. Ulteriore misfatto, si collocò tempo fa nella nicchia principale una culla con una bambola con cuffia e fasciatura, in sostituzione della statua della Vergine Madre; e così venne cambiata la dedicazione originaria alla Madre di Dio con quella di Maria Bambina. Una visita alla chiesa di Sant’Antonio può dare un’idea della vita artistica del tempo, con i suoi dipinti, le sue statue e i suoi altari, tutti commissionati a Sassari. Non si dimentichi però di visitare la grandiosa tomba preistorica di Sant’Andrea Priu che, insieme al vicino nuraghe di Santu Antìne, forma il complesso più bello della Sardegna. Chi, infine, vuol godere un magnifico panorama, salga a Funtanas Deledda a quota 638; osserverà ai suoi piedi gli antichi agglomerati di casette addossate le une alle altre, raccordati da vie e piazze, che con il loro disegno testimoniano del buon senso dei bonorvesi di un tempo.
Rebeccu. Un cenno a parte merita Rebeccu, frazione di Bonorva dal 7 giugno 1875 (123 abitanti nel 1871). Dai cenni del trattato di pace tra gli Aragonesi ed Eleonora di Arborea, sembra che fosse il capoluogo del Costaval: vi risiedeva il sindicus actor ed procurator curatorie, Giovanni Masala; inoltre i suoi rappresentanti sottoscrivono l’atto davanti alla loro chiesa di Santa Maria. L’importanza della villa risulta anche dal fatto che aveva, oltre all’attuale parrocchiale di Santa Giulia, anche la chiesa di San Lorenzo (restaurata da poco), di Sant’Andria (vicinissima, ora distrutta), ambedue costruite sulla fondamenta di un nuraghe, di Santa Maria de Su Pedazzu (se ne nota qualche avanzo sotto la rupe di Rebeccu), di Santa Vittoria (nessun avanzo, presso nuraghe Suldu). Il nucleo era formato in origine da quattro piccoli agglomerati situati presso le chiese di San Lorenzo e di Sant’Andria, presso Sa Contissa (o Sas Presones), intorno alla chiesa di Santa Maria, presso Cantaru ’Addes e da quello attuale presso la chiesa di Santa Giulia. In epoca romana la sua importanza doveva essere anche maggiore: vi passava la strada Caralis-Olbia, vi sono gli avanzi di un edificio romano (Sas Presones) e di una villa costruita con laterizi recanti il marchio di Atte, la liberta di Nerone. In questo dopoguerra Rebeccu è andato rapidamente spopolandosi: l’ultimo abitante, Pietrino Nuvoli, è morto nel 1982, e la sua famiglia si è trasferita a Bonorva. Unico segno di vita è un ristorante caratteristico. Le vigne ed i frutteti, un tempo molto estesi, oggi sono quasi del tutto abbandonati.
Personaggi illustri. Bonorva ha dato i natali a molti personaggi illustri della Sardegna. Paolo Mossa (Bonorva 16 aprile 1821 - 6 agosto 1892) è il più popolare dei poeti sardi. Ha lasciato oltre cinquanta poesie in logudorese, varie per lunghezza e argomento, per lo più amorose. La sua produzione in italiano, in cui è compresa anche la traduzione dei suoi versi, ha soltanto valore documentario. Nessuno, come lui, seppe far cantare la lingua materna. Se ne compiacque talora fino al virtuosismo, con movenze e atteggiamenti metastasiani e arcadici. Ma quando, preso da un profondo sentimento, se ne libera, nessun poeta sardo sa elevarsi, come lui, nel cielo del più puro lirismo. S’attittu (canto preficale per la morte della moglie cantata col nome di Gisella), Baddemala e Rundinas bastano da sole a far grande un poeta. C’è chi sottolinea l’intensa drammaticità de S’attittu o l’intima mestizia di Baddemala espressa in ottave perfette, dalla musicalità grave e raccolta, o la cristallina fusione di sentimenti freschi ed ingenui con una forma classicamente composta in Rundinas. Il popolo che sente la poesia come canto, così come la sentivano gli antichi, canterà sempre Clori e Gisella e chiamerà Paolo Mossa, così, semplicemente Paulicu, finché si parlerà il logudorese.
Giuseppe Manai (1815-1902), prefetto e poi capo dei prefetti d’Italia, si ritirò in pensione nel suo paese di Bonorva. Lasciò il suo vasto patrimonio, oltre 300 ettari nella piana di Santa Lucia, per costruirvi il Deposito allevamento cavalli, che avrebbe costituito una notevole fonte di lavoro per i braccianti e di lucro per gli allevatori di cavalli. Volle che, qualora fosse fallito lo scopo, il patrimonio servisse per la costruzione e la gestione di un ospedale per i poveri, per i premi nuziali alle fanciulle povere e altre opere di beneficenza. L’ospedale venne costruito verso il 1936, poi adibito a sanatorio con un piano riservato ai poveri.
Carattere dei bonorvesi. «Sono i bonorvesi di tal indole che ha un po’ di fierezza, pronti a spargere l’altrui sangue». A questo giudizio dell’Angius (nel Dizionario del Casalis) risponde quello del Lamarmora e dello Spano. I registri parrocchiali dei morti confermano che i bonorvesi erano pronti a farsi ragione con sa leppa e s’archibusu. Invece il sindaco del paese Francesco Ignazio Salis e il censore don Nicolao Prunas riferiscono al conte d’Hallot des Hayes, nel 1770, «che rispetto all’amministrazione della giustizia, oppressioni, custodia dei semineri, esistenza dei discoli e malviventi non avevano cosa da rappresentare». Che cosa avrebbe detto il censore, quando i bonorvesi uccisero il nipote di don Pietro? Per l’occasione i “discoli”, di cui si attorniava, temendo il confronto con i “discoli” giustizieri, se la diedero a gambe levate. Le sanguinose disamistades dei Piu, dei Bonu e dei Cau, le gigantesche zuffe trasformate in vere battaglie (l’ultima scoppiata un 1° maggio dei primi anni dell’Ottocento, costata circa venti tra morti e feriti) sono oggi un ricordo. Il bonorvese conserva l’operosità, la tenacia, spinta talvolta fino alla testardaggine, la parsimonia, la prudenza che spesso confina colla diffidenza: insomma le virtù e i difetti del campagnolo. Ma dell’antica fierezza rimane solo la franchezza del tratto. Il bonorvese d’oggi è pacifico. C’è una spiegazione che, se fosse vera, sarebbe da raccomandare a molti. Si sa che il bonorvese è un grande bevitore. Il vino de Su Monte e de Sa
Costa disseta e rallegra: ma per le sue formidabili virtù diuretiche, previene pericolose esaltazioni. Le donne amano attendere alla casa e sono proprio loro ad alimentare l’unico artigianato fiorente a Bonorva: molte passano il loro tempo libero al telaio tradizionale. Tappeti e coperte pregevoli sono esportati dappertutto. È motivo d’orgoglio per la donna farsi o completarsi, in questo modo, il corredo da sposa. Dell’antico matriarcato rimane l’usanza che il marito consegni alla moglie tutti i proventi delle sue attività e lei li amministri provvedendo a tutto. Quando si vuole concludere una contrattazione, o anche solo avviarla, è indispensabile il placet della moglie. Anzi molto spesso ad una semplice proposta di affare ci si sente rispondere: «Nàralu a sa femina», “Dillo alla padrona di casa”. Quand’era “discolo” il bonorvese non coinvolgeva nelle sue sanguinose vendette donne e bambini: ciò che avrebbe comportato l’esecrazione di tutta la comunità e l’inevitabile punizione. Oggi, seppure con qualche incrinatura, rimane l’antico rispetto: l’uomo è una sorta di presidente della repubblica, ma chi governa e decide è la madre di famiglia. Perciò un consiglio ai forestieri che vengono a Bonorva: «Cercate di essere simpatici alle donne. Per riuscirvi, nulla di meglio che essere dignitosi con gli uomini ma soprattutto gentili e cavallereschi con le donne. Scoprirete un’ospitalità generosa e cordiale!».
La tradizione. Le abitudini della famiglia erano conseguenti alle attività del capofamiglia, generalmente pastore o agricoltore. A differenza di altri paesi, la donna non partecipava ai lavori campestri: doveva governare la casa, tenere gli animali da cortile e lavorare al telaio. Un tempo erano poche le famiglie che non avevano la stalla, il maiale, il pollaio dentro l’abitato. Oggi il paese è pulito: gli animali da cortile, pochi rispetto a quelli di un tempo, sono tenuti in campagna, almeno da chi ha potuto costruire aziende attrezzate. Il tempo è scandito da nascite, morti, matrimoni, feste paesane, ma è profondamente cambiato l’atteggiamento dei paesani. Lasciarsi crescere la barba e portare vestiti laceri e sporchi in segno di lutto, canti delle prefiche attorno alla salma del defunto, rissosità in occasione delle feste sono un ricordo, anche se restano non poche superstizioni. Una delle usanze più notevoli e ancora viva in molte famiglie riguarda la sistemazione dei figli che si sposano. Se questi hanno lavorato nell’azienda familiare, il padre-pastore accantona, in vista del matrimonio, una parte de su creschimoniu, che sarà il gregge o la mandria dello sposo. Il padre-massaiu assegna al figlio una parte del terreno da coltivare in proprio e, quand’è benestante, il veicolo da trasporto, che un tempo era il carro con le sue bestie da tiro, e attrezzi da lavoro. Per tutti poi si preparano sas alìas, provviste di alimenti per uomini e bestie. Sopravvive ancora tra i campagnoli il sentimento della solidarietà, in occasione di disgrazie. Se qualcuno perde il gregge, i pastori glielo ricostituiscono, offrendogli ciascuno, secondo le proprie possibilità, uno o due capi. Altrettanto fanno i contadini nel caso di incendio del raccolto ammucchiato nell’aia; ciascuno offre uno o due covoni. Commovente è poi l’accorrere dei parenti e del vicinato, se muore un familiare; per almeno due giorni tutte le faccende di casa vengono sbrigate dalle amiche, che s’incaricano anche di preparare e offrire i pasti. Il piatto più tipico della cucina bonorvese è su pane uddhidu (letteralmente, “il pane bollito”), che non ha una ricetta ben definita. La base è su zicchi, un tipo di spianata di grano duro; gli altri ingredienti, lardo o carne salata di maiale o salumi (o anche tutti e tre insieme, chiamati scherzosamente sos abbundzos), formaggio pecorino.

Con questi ingredienti si possono fare quattro varianti del piatto:
  • a) Liscio. Si fanno bollire sos abbundzos col pesto di lardo e aglio. Raggiunta la cottura, si tolgono e, al loro posto, nel brodo bollente si butta su zicchi in pezzi, che deve “accurrinciolarsi”, cioè arricciarsi e restare al dente, come i migliori gnocchi (cicciones o, in campidanese, malloreddus), che però non hanno la capacità di assorbire odori e sapori come il pane. Si scola e si stende su zicchi sul taulazzinu (la conca di sughero), cospargendolo di pecorino grattugiato (occorrono almeno due taulazzinos, uno per il pane, l’altro per il resto).
  • b) Domestico. Si mettono a cuocere, insieme a sos abbundzos, verze, cipolle, patate, carni varie fresche e salsicce.
  • c) Agreste. Le verdure che prevalgono sono quelle che crescono selvatiche: almuratta (una sorta di broccolo selvatico), limbòina (borraggine), beda (bietola), adzu areste (porro); lardo col pesto d’aglio, pecorino.
  • d) Misto. Prevede un dosaggio particolare di vegetali diversi, di salumi e di carni, dosaggio al quale partecipa tutta la compagnia. In tutte le variazioni devono essere presenti i finocchietti selvatici e le fave, in varia proporzione, a seconda dei gusti. E non si dimentichi di innaffiare il tutto con vino rosso, leggero e frizzante. Su pane uddhidu e il vino vanno troppo d’accordo.



In caso di eccessi i bonorvesi hanno Santa Lucia: la sua acqua, bevuta naturale, è molto efficace contro i postumi delle sbronze. I bonorvesi concludono: «Chi ha mangiato su pane uddhidu, o rimane a Bonorva o ci ritorna».

 

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