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La Civiltà Nuragica :: La Storia dei Nuraghi Sardi sul Portale Le Vie della Sardegna

Cultura Sarda > Storia Sarda
Barumini come arrivare e cosa vedere, veduta esterna di Su Nuraxi.
SARDEGNA ARCHEOLOGICA
Reprints e studi sulla Sardegna antica
Collana diretta da Alberto Moravetti
la civiltà nuragica
Introduzione di
ALBERTO MORAVETTI

La civiltà nuragica ha sempre costituito un tema dominante nell’archeologia sarda, tanto da aver mortificato per lungo tempo lo studio delle culture prenuragiche, dell’età fenicio-punica e della Sardegna romana e altomedievale. La particolare attenzione rivolta dagli studiosi a questo periodo della Sardegna antica, appare, però, ampiamente giustificata ove si considerino le migliaia di monumenti (nuraghi, villaggi, tombe di giganti, pozzi sacri) -spesso grandiosi e sempre suggestivi - che segnano il territorio dell’Isola, quasi a fondersi con esso come parte integrante ed essenziale. Alla prepotente originalità dell‘architettura - che non trova riscontro nell’ambito delle antiche civiltà del Mediterraneo - si aggiunge, poi, il valore delle manifestazioni artistiche (si pensi ai bronzi figurati e le antiche statue di Monti Prama) e il senso di stupore e di mistero che i nuraghi hanno suscitato, in ogni tempo, nel visitatore. E se gli studi e le ricerche di questi ultimi decenni sono stati particolarmente proficui per la conoscenza del mondo fenicio-punico ed hanno dilatato in misura insospettata l’arco cronologico delle culture prenuragiche, arricchendone e definendone meglio il quadro culturale, è pur sempre la civiltà nuragica quella che ancora oggi esercita maggiore fascino sul pubblico non specialista e sugli stessi studiosi. Chiarito fin dalla prima metà del secolo, soprattutto con gli scavi e le scoperte del Taramelli, il «mistero» della funzione dei nuraghi - che pure, di tanto in tanto, accende la fervida immaginazione di «astroarcheologi», «ufologi», ed altri, sino agli anni Cinquanta, pur conosciuta sufficientemente nei suoi aspetti generali, l’età nuragica si presentava ancora come un blocco omogeneo scarsamente articolato, con pochi punti di riferimento sicuri, numerose incertezze e non pochi problemi da risolvere. Con gli scavi di Barumini, condotti dal Lilliu fra il 1949 e il 1956 e rimasti fondamentali fino ai nostri giorni (G. Lilliu, Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica, in «Studi Sardi» XII-XIII (1952-54), venivano riconosciuti nel mondo nuragico momenti di vita differenziati ai quali corrispondevano fasi edilizie distinte, precise forme socio-economiche, prodotti artistici e materiali d’uso. La pubblicazione di importanti monografie (G. Lilliu, I nuraghi, torri preistoriche della Sardegna, 1962; Id., Sculture della Sardegna nuragica, 1966), di lavori di sintesi, di saggi e di articoli da parte dello stesso Lilliu e di altri studiosi fondamentali i recenti contributi apparsi nel volume Ichnussa, 1981) l’edizione critica di materiali, estesi scavi e fortunati ritrovamenti hanno notevolmente ampliato, nell’ultimo trentennio, il panorama delle nostre conoscenze sulla civiltà nuragica, confortando ipotesi già formulate ed aprendo nel contempo nuove tematiche che sono ben lungi dall’essere risolte. In questo volume che apre la serie di Studi e monumenti, Giovanni Lilliu, il Maestro riconosciuto dell’archeologia sarda, presenta un aggiornato ed in parte nuovo quadro della civiltà nuragica. Abbandonato lo schema cronologico e culturale emerso a Barumini ed esteso poi all’intera età nuragica-troppo riduttivo e non sempre rispondente allo stato attuale della ricerca l’Autore propone una articolazione per fusi della civiltà nuragica; vengono, infatti, individuale cinque fasi svolgentesi dal Bronzo antico alla piena età del Ferro nelle quali sono collocati aspetti monumentali, categorie formali e morali, prodotti della cultura materiale e fisionomie inorfoantropologiche, interpretati sia nel loro divenire storico che in relazione con ambiti culturali esterni. Ma se le fasi II-IV, dal Bronzo medio all’età del Ferro (1500-500 a.C.), mostrano una linea di sviluppo coerente e sufficientemente definita, non poche perplessità sorgono in relazione alle fasi I e V. Alla fase I, del Bronzo antico (1800-1500 a. C.), vengono riferiti esiti finali ed attardati di Abealzu e M. Claro nonché la cultura di Bonnanaro, la quale, finora, è sempre stata considerata a sestante e strettamente legata a quella del vaso campaniforme; ne consegue un polimorfismo culturale nel quale la «linea» nuragica sembra essere ancora troppo esile e indeterminata. Un quadro, come si vede, piuttosto complesso e confuso che però, a tutt’oggi, almeno sulla base delle scarse prove archeologiche in nostro possesso, appare come l’unico proponibile. Infatti, a parte le indicazioni emerse dall’esplorazione dei protonuraghi di Sa Korona e Bruncu Màdugui e la presenza di ceramica M. Claro segnalata presso numerosi nuraghi, particolare significato acquistano i fittili M. Claro rinvenuti di recente in una tomba di giganti di Lunamatrona, della quale viene data notizia per la prima volta in questo volume. In quanto alla cultura di Bonnanaro, giova ricordare che, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, essa si presenta caratterizzata quasi esclusivamente dalla produzione vascolare, mentre sembrano mancare testimonianze precise su tutti quegli aspetti civili e morali che concorrono a formare una cultura; né, d’altra parte, si può ignorare che ceramiche esclusive di questa cultura sono presenti in un numero sempre crescente di tombe di giganti, ed ora, seppure in misura episodica, anche in nuraghi. E una fase, questa, ove insieme ai germi di una civiltà nascente convivono ancora motivi eneolitici; occorrerà, quindi, vagliarne attentamente i vari elementi costitutivi e studiarne le interrelazioni al fine di poter distinguere sempre più nettamente il filo conduttore che segna la Sardegna del Bronzo. Per la fase V dal 500 al 238 a.C., le difficoltà d’inquadramento culturale derivano dal fatto che si tratta di un’epoca particolarmente travagliata e assai poco studiata, nella quale la Sardegna nuragica cessa, probabilmente, di produrre cultura; per questo riesce estremamente difficile distinguere elementi culturali che per caratteristiche proprie possano definirsi nuragici. Nuove scoperte, ricerche finalizzate e, la revisione critica di materiali già noti potranno dare risposta a questi e agli altri complessi problemi che ancora pesano sulla ricostruzione storico-culturale della civiltà nuragica. Occorrerà spiegare, ad esempio, l’assenza della ceramica a «pettine» nella Sardegna meridionale, ove, tra l’altro, è quasi del tutto sconosciuta la tomba di giganti con stele centinata, largamente diffusa, invece, come quella stessa ceramica, nel centro-nord dell’Isola. La mancanza, poi, di stratigrafie significative impone lo studio tipologico della ceramica, la quale, a causa dell’esclusività del suo patrimonio formale, offre un tenue quadro comparativo con la produzione vascolare delle contemporanee culture del Mediterraneo, fornendo, di conseguenza, scarsi riferimenti cronologici. Si avverte, inoltre, nello studio dell’età nuragica, la carenza di esami chimici sii bronzi e di analisi su resti faunistici e botanici, mentre sono poche e non sempre accertate le datazioni al Carbonio 14. Si sono voluti sottolineare alcuni punti critici che la stessa impostazione problematica del libro ha suggerito; essi, tuttavia, non alterano in alcun modo la visione complessa, omogenea e dinamica di una civiltà che per lungo tempo è parsa chiusa ed isolata e che ora si apre ed entra in un vasto e fervido contesto mediterraneo ed europeo di contatti fisici e ideali. Il volume si segnala, infine, per il ricco apparato illustrativo, grafico e fotografico, che non vuole essere pura espressione documentaristica, ma tende a far rivivere, attraverso le immagini, una fra le più affascinanti e misteriose civiltà dei Mediterraneo. All’Autore dobbiamo gratitudine per questo stimolante e prezioso contributo, mentre all’Editore vanno riconosciuti coraggio e sensibilità culturale per il non lieve impegno editoriale.


Sassari, giugno 1982

ALBERTO MORAVETTI





Civiltà nuragica
di Paolo Melis


Nuraghe Losa Abbasanta


La Civiltà Nuragica nasce nella prima età del Bronzo, intorno al XVIII secolo avanti Cristo; il nome deriva dal suo monumento più caratteristico: il “nuraghe”. Non sappiamo come i nuragici chiamassero se stessi, perché non ci è rimasta alcuna testimonianza scritta di quel periodo, ed è lecito ritenere che essi non conobbero mai una loro scrittura. Le testimonianze di altri popoli, che parlino delle antiche genti della Sardegna, sono tutte di epoca molto tarda (soprattutto di età romana) e non ci sono di grande utilità: si tratta di notizie composte, forse sulla base di lontane leggende tramandate per generazioni, quando ormai la Civiltà Nuragica, nei suoi tratti caratteristici, non esisteva più da diversi secoli. Sull’origine del popolo dei nuraghi, gli studiosi sembrano abbastanza concordi nel ritenere che queste genti non provenissero dall’esterno ma fossero gli stessi sardi che già avevano dato vita, nelle epoche precedenti (Neolitico ed Età del Rame), alle grandi culture della Sardegna prenuragica, e che ora, a seguito delle trasformazioni sociali ed economiche seguite alla scoperta e all’uso del metallo (bronzo, soprattutto), si erano evolute verso forme più complesse di organizzazione sociale, determinando anche la fioritura di una architettura originale: è il periodo che, nell’Europa occidentale e mediterranea, viene indicato con il termine di “Protostoria”. Già in precedenza nell’Età del Rame, all’epoca della cultura di “Monte Claro” (intorno alla metà del III millennio a.C.), si avverte, soprattutto nella Sardegna settentrionale, l’esigenza di proteggere gli abitati, ubicandoli su alture scoscese, difese, nei lati più esposti, da poderose muraglie megalitiche; talvolta, oltre alle grandi muraglie, venivano realizzati dei recinti-torri di piccole dimensioni, semicircolari (Monte Baranta, Olmedo-SS) o quadrangolari (Fraigata, Bortigiadas-SS), provvisti di ingressi, che racchiudevano degli spazi ridotti sul bordo del pianoro: quasi una sorta di ultimo baluardo di difesa. Sarà forse proprio da questo tipo di edifici che nascerà, nei secoli successivi, l’idea del “nuraghe”. La Civiltà Nuragica vera e propria comincia a svilupparsi negli ultimi tempi della cosiddetta “Fase di Bonnanaro”: l’aspetto culturale della più antica Età del Bronzo (nella prima metà del II millennio a.C.), caratterizzato soprattutto dallo sviluppo del megalitismo funerario. Sarà in questo periodo che, dagli antichi dolmen della fine del Neolitico, si perverrà, attraverso il dolmen “a galleria” (o allée couverte), alla tipica sepoltura megalitica nuragica: la “tomba di giganti”. La prima fase, denominata Nuragico I (1700-1500 a.C.), vede il formarsi dei caratteri principali di questa civiltà; fra la fine del Bronzo Antico e gli inizi del Bronzo Medio (XVIII-XV sec. a.C.) si ha l’edificazione dei primi “protonuraghi”, conosciuti anche come “nuraghi a corridoi”.



Nuragico
(1.800-238 a.C.)

Il passaggio dall'Eneolitico all'Età del Bronzo rappresenta un momento cruciale della storia sarda. Dalle culture precedenti si passa infatti alla civiltà nuragica e già il cambio terminologico "cultura/civiltà" intende esprimere la natura profonda di tale mutamento. La civiltà nuragica deve il suo nome al termine con cui in sardo viene chiamato il monumento considerato più rappresentativo di tale civiltà, il "nuraghe" appunto. Si tratta di un edificio a torre, costruito con l'impiego di pietre di grandi dimensioni (utilizzate grezze o più o meno regolarmente lavorate), al cui interno si trovano una o più camere sovrapposte caratterizzate dalla tipica copertura denominata a "falsa cupola" o "tholos". Si presenta sia nella versione monotorre sia nella versione complessa, con torre centrale ed altre di contorno. Intorno a numerosi nuraghi vengono poi edificati i villaggi di capanne in pietra. Esistono anche altri tipi di edifici: i "protonuraghi" (noti anche con gli appellativi di "pseudonuraghi" o "nuraghi a corridoio"), le "tombe di giganti", i "templi a pozzo" e le "fonti sacre", i tempietti a "megaron". I dati archeologici consentono di affermare che la civiltà nuragica si reggeva su un'economia agro-pastorale, ma praticava anche un significativo sfruttamento delle risorse minerarie (in particolare rame e piombo). Dal punto di vista sociale, la civiltà nuragica sembra essere stata caratterizzata da una struttura fortemente gerarchizzata, il cui vertice doveva essere occupato dai guerrieri, ma anche da personaggi legati alle pratiche cultuali, in particolare al culto delle acque che doveva essere praticato nei templi a pozzo.


Arzachena tomba di giganti di Li Lolghi



Macomer nuraghe Santa Barbara, scopri la Civiltà Nuragica.
Nuraghe Santa Barbara Macomer.
Il nuraghe, uno dei più noti dell'isola, è di tipo complesso, costituito da una torre centrale e da un bastione quadrilobato con cortile a cielo aperto. Il bastione include quattro torri raccordate da cortine murarie, a profilo concavo-convesso, costruite con blocchi di basalto appena sbozzati e disposti su corsi orizzontali. Si accede al bastione attraverso un ingresso che porta al cortile. Sulle pareti di quest'ultimo si aprono gli ingressi della torre centrale e di quelle secondarie. La torre centrale , di nove metri di diametro, è costruita con blocchi lavorati con una certa cura e posti in opera a filari orizzontali regolari. Comprende una camera al piano terra, con tre nicchie disposte a croce, e una camera al primo piano, con pianta circolare priva di vani sussidiari e illuminata da un finestrone trapezoidale con architrave arcuato. Il profilo di una terza camera (diametro m 3,10) si può ancora leggere allo svettamento della torre. Attorno al monumento, per un'ampia superficie, si conservano i resti dell'abitato, il cui uso è proseguito in età romana e altomedievale.
 

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