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Altopiano dei Templi Bitti

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Altopiano dei Templi - Bitti

Siamo nell'altopiano di Bitti, in linea d'aria, solo un paio di dozzine di chilometri dal mare di Orosei. Si ha la sensazione di trovarsi in alta montagna. Le querce e i lecci secolari fanno capire al visitalore di essere un ospite ben accetto se (come le piante gli sparvieri che volano alto nel cielo, il lontano muflone arrampicato sullo sperone di una roccia) sa di essere parte del panorama ma, non il padrone.

Da quando l'uomo ha lasciato la caverna, non ha mai cessato di inseguire un sogno: usare la capacità di superare l'istinto che gli dà la possibilità di scegliere il meglio, per distanziarsi dagli animali ed awenturarsi in orizzonti sconosciuti, quelli della civiltà, meglio, gli orizzonti dello Spirito.

Penso a quelli che migliaia di anni or sono abitavano da queste parti; ciò che rimane sono i segni millenari delle loro ricerca. Ma quante difficoltà lungo la via e quante tenebre e dubbi lungo il cammino. Il mistero della vita, presente ovunque, li affascinava.

Quanti pastori erranti avranno passato le notti a osservare le "taciturne costellazioni"? Quanti, nelle giornate di primavera, si saranno soffermati, in questi spazi solitari, ad ascoltare "la vita': Gli agnelli che belavano e avevano visto nascere, il vitellino al seguito della madre al pascolo, le verdi spighe di grano (che in ogni chicco racchiudevano una goccia di latte) ricordavano quello che avevano succhiato da bambini.

Ma dove era la fonte della vita? Lui stesso da dove veniva e dove andava? Il Mistero che da sempre lo assillava rimaneva avvolto nelle tenebre. Qui venivano i pastori ad abbeverare le loro greggi e gli agricoltori a dissetarsi, specie nelle giornate afose della mietitura. Qui si scambiavano le notizie e firmavano alleanze tra famiglie e tribù. Qui si trovava sempre qualche anziano esperto conoscitore delle tradizioni: "Su connotu'".

A "Su Romanzesu" (si tratta di un'area di circa 7 ettari che ancora aspetta il piccone dell'archeologo) chiunque poteva trovare un posto adatto per le sue meditazioni, silenzio, pace, templi per accoglierlo e saggi per illuminarlo e dare una risposta ai suoi interrogativi.

Mi sembra di sognare e vedere uno di quei giovani che, stanco della salita ed arrivato all'altopiano, va verso il pozzo dei suoi "patriarchi". Il suo era un pellegrinaggio alle fonti, quelle dell'''Acqua della Vita". Tutto qui parlava di Dio, meglio, del Dio della vila, del Padre, come aveva imparato a chiamarlo da quando era in fasce; "Sardus Paler" come, molti secoli dopo, gli stranieri venuti nell'isola, lo avrebbero chiamato.


Anfiteatro, corridoio a gradoni,
pozzo sacro.
Ricostruzione di SimonA 2005.

I patriarchi della Bibbia erano stati grandi scavatori di pozzi, Gen, 26,12. Abramo aveva cavato per i suoi discendenti, un pozzo profondo e ricco di acqua, sufficiente non solo per i suoi figli ma anche per i loro armenti, e lo aveva chiamato:"il pozzo del Dio Vedente e Provvidente".
Durante le feste stagionali "si cantava e c'era la musica (Giud. 5, Il). I pellegrini, con i loro bambini, giungevano da valli lontane. E' facile immaginare dei bambini, aggirarsi tra queste strutture e giocare e scomparire tra le capanne o dietro i templi a megaron. I fedeli avranno cantato:
"Venite, saliamo al monte del Signore, al tempio del Padre perché ci istruisca nelle sue vie e camminiamo nei suoi sentieri.  Qui su questo monte adorarono i nostri padri" Isaia 27, 13.

Il pozzo de su "Romanzesu" era profondo pochi metri, le pareti costruite con semplici pietre piatte e la cupola sovrastante "a cesto" (come dicono gli archeologi) aveva del meraviglioso. Gli ingegneri del tempo non conoscevano ancora la malta e neppure l'arco murario, invenzioni che sarebbero arrivate molti secoli dopo. Oggi questa tecnica è quasi scomparsa. Solo qualche vecchio ne conosce il segreto. Ai nostri occhi ha dell'incredibile pensare di costruire una cupola alta 7\8 metri con un diametro di base di 5\6 metri, senza l'ausilio di travi, archi, malta e senza avere la possibilità di scaricare il peso su grossi muri, come faranno più tardi gli architetti dei nuraghi o quelli della famosa "Tomba di Atreo" in Grecia.

Il costruttore, stando ritto al centro del cerchio, soppesa una ad una, con le sue mani piene di calli, ogni pietra prima di adagiarla nel suo posto, dove rimarrà per millenni, se qualcuno non la sposta. Ancora oggi girando per l'isola si vedono di queste capanne. Nelle giornate d'inverno quando il pastore, per ripararsi dal vento o dall'acqua, vi accende il fuoco, la disposizione delle pietre lascia uscire il fumo, ma impedisce alla pioggia di entrare.

Sono le più antiche "case in pietra" che l'uomo abbia imparato a costruire. Sono contemporanee dei menhir, risalgono almeno al terzo millennio. Precedono i trulli dove si fa già uso di malta e arco. Di esse troviamo ancora qualche esempio in Francia (Boussargues).

Certo questo pozzo non aveva il fascino e la delicatezza de su Tempiesu, solitario e nascosto dai lecci e dalle querce secolari, e neppure la raffinata maturità di S. Cristina; ma questi sarebbero venuti dopo, molti secoli più tardi, quando una nuova cultura aveva portato nuovi gusti artistici (XV sec. a.C). I capi pur ammirando quelle strutture "moderne" erano troppo affezionati al loro pozzo per volerlo abbattere. Pensarono invece di dotare le loro assemblee di un luogo adatto. Chiesero a "sos mastros de muru" di trovare la soluzione. Questi proposero (utilizzando un piccolo avvallamento) di costruire un magnifico anfiteatro composto da sei gradoni di calcare e di collegarlo al pozzo con un corridoio anch'esso a gradoni, lungo 36 metri. Nelle ampie gradinate tutti avrebbero trovato posto a sedere. Atene e Micene avrebbero pensato a simili strutture un millennio più tardi.
Le loro navi, dalla baia di Orosei, solcavano il Mediterraneo, e spesso approdavano in Medio Oriente, la patria da cui erano partiti ed a cui si sentivano legati. Forse le tavolette di bronzo (trovate presso il nuraghe di Tzricotu) con i loro caratteri cuneiformi, e che risalgono a questo periodo, ci aiuteranno a risolvere il mistero. Cultura e religiosità, nomi e melodie, ci tengono ancorati all'oriente. Le novità di Ugarit erano arrivate qui, prima che greci e fenici imparassero ad apprezzarle.




Sparsi qua e là si vedono dei menhir, alcuni adagiati in terra, altri ancora ritti al loro posto nonostante i millenni trascorsi. Essi testimoniano la fede di quel popolo. Sarebbe meglio chiamarli col loro vero nome "Betili" (Bet-casa; El-Dio; ossia: casa, icona di Dio).

Non lontano troviamo le fondamenta di un labirinto in muratura. Il simbolo che tutte le culture hanno adoperato per indicare una ricerca interiore. Il labirinto di Chartres è grandissimo ed è intagliato nel pavimento, con i suoi marmi policromi cattura gli occhi e riempie di ammirazione, nel suo centro è raffigurato il Tempio di Gerusalemme. Il pellegrino lo percorreva in ginocchio, e nell'icona del Tempio trovava la risposta ai suoi interrogativi ed il senso del suo camminare lungo le vie tortuose del mondo.

Ma tutti i labirinti che conosciamo, compreso quello di Chartres, sono dei disegni (graffiti, pitture o mosaici), mentre qui abbiamo una costruzione muraria e per di più è il secondo labirinto in assoluto, dopo il graffito di Luzanas (2.500 a.C) e anteriore al disegno del vaso in ceramica del Museo di Damasco (1.300 a.C).

Immagino questo santuario, con muri alti due metri, corridoi probabilmente coperti con canne palustri, che il fedele percorre avvolto nella penombra e cercando la strada verso il sacello centrale. Questo era a cielo aperto perché nulla doveva frapporsi tra cielo e terra. Il pellegrino forse avrà cantato:  

Sa lughe de sos ojos Tue m'aggiua, Po chi pota agatare su caminu.
Mustrami, Segnore, su caminu - Ue peregrinare sende in via.
Sas paraulas tuas mi sian de ghia - Issas mi dien paghe totta vida.


Labirinto di Luzanas - Benetutti.
Secondo alcuni risale al V millennio a.C. Questo percorso labirintico
è ripetuto in monete cretesi; nei Manas Chakra, Rajastan (India);
nell'incisione rupestre a Rocky Walley, U.K.; Indiani Hopi, USA.

Labirinto, Ricostruzione assonometrica di SimonA 2005.
Labirinto, Ricostruzione assonometrica di SimonA 2005.
Le antiche scritture indiane raccontano di un pellegrino interiore, Nachiketa, che assalito dagli stessi dubbi, si rivolge a Yama chiedendo: Dimmi del grande viaggio ... che c'è dopo la morte? E la risposta: Quando tutti i nodi saranno sciolti, tu incontrerai l'Eterno. (Katha Up, VI).

Qui, a "Su Romanzesu", il fedele, entrando per la porta occidentale (quasi a ricordare che la giornata della vita era trascorsa e tenebre e dubbi incombevano) incominciava il suo cammino iniziatico. Alla fine del percorso, la porta dell'est, lo avrebbe immesso nel bianco sacello centrale, illuminato dal Sole Mattutino. Lì c'era il Betile, che nella sua essenzialità era più eloquente di qualsiasi statua. In silenzio deponeva la sua offerta: un manipolo di spighe, un po' di "gioddu" o qualche frutto. In quel gesto raccontava la sua vita e le sue speranze. Il suo cammino si era concluso non nelle tenebre della notte, ma nella luce di una nuova aurora. Nel cuore intuiva la risposta incredibilmente simile a quella di Nachiketa: il tuo peregrinare si concluderà nell'incontro col Dio della Vita!

Forse nel breve tratto del corridoio cieco, a fianco del sacello centrale, un vecchio passava le sue giomate. II silenzio lo aveva reso saggio. Conservava tanti ricordi di persone e di tempi lontani, era diventato un "guru", a lui tutti si rivolgevano per consiglio. Molti secoli più lardi il suo popolo sarebbe ritomato in quei luoghi, con nuovi inni e nuovi riti, ma sempre cantando al "Dio della Vita":
Dà paghe a su populu tou
E che pignu de amore e de lughe a nois benzat de Pasca sa paghe
De Cristos sos gaudios eternos - De Pasca sian sempre cun nois.
Avida noa, torrados nois semus - In sa gloria cun tegus siemus.
Cosas bellas s'omine intendet, - Su malu est chirchende perdonu, Sa timoria a s'amore si arrendet, - Sa Morte nos torrat a vida.
Sos tempos de Deus sunt torrados - Su mundu Isse faghet dae nou, Su fuìdu torrat a domo, - Su zegu agatat sa lughe.
Ite bellu su sole de Pasca! - Intendo chi cantan sos anghelos
Gesus est pighende a su chelu, - E cun Isse sunt tottus sos Manno.
Dà lughe a su populu tou
E che pignu de amore e de lughe A nois benzat de Pasca sa paghe


Testo di
Padre Nicola Manca
PIME Sassari
 

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