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Eugenio Tavolara :: l'uomo che ha “inventato” l’artigianato sardo come noi lo conosciamo

Cultura Sarda > Personalità Sarde
EugenioTavolara

Eugenio Tavolara nasce a Sassari nel 1901 da un’agiata famiglia di origini liguri. Tra il 1914-18 frequenta a Sassari l’Istituto Tecnico “A. Lamarmora”. Tra il 1919-24 con gli amici Mario Onòfaro e Nino Siglienti esegue lavori di decorazione, disegni, caricature. A Cagliari conosce Tosino Anfossi; i due decidono di abbandonare studi e carriera per dedicarsi all’arte decorativa.
Nel 1925 i primi pupazzi in legno disegnati dai due artisti, raffiguranti pastori e contadini sardi, sono presentati sotto il marchio ATTE all’Esposizione Internazionale di Parigi, dove ottengono una medaglia d’oro e larghe segnalazioni da parte della critica.
Tavolara tra il 1926 e il 1929 insieme a Anfossi ufficializzano il marchio della casa ATTE quale società produttrice di giocattoli, arazzi e oggetti in cuoio. Eseguono i cortei di pupazzi Il Gremio e la Processione dei Misteri. La loro produzione ottiene un crescente successo anche sul piano internazionale.
1930-32 La casa ATTE realizza per l’ENAPI (Ente Nazionale Artigianato Piccole Industrie) una serie di pupazzi in costume ciociaro su disegno dell’illustratore romano Mario Pompei. Poco dopo Tavolara e Anfossi rompono il loro sodalizio.
Tavolara fonda la casa ALBA, da cui usciranno, oltre ai giocattoli, mobili e complementi d’arredo, e continua la collaborazione con Pompei (oltre ai pupazzi raffiguranti Pinco Pallino, Pierino e Saputino Saputello – personaggi inventati da Pompei – le Maschere italiane, un Presepio, altre figure in costumi laziali e friulani, una serie di soldatini).
Nel 1933 si dedica alla scultura decorativa, con piccoli rilievi e statuine in legno. Crea nuovi pupazzi, le Scene di vita sarda. Espone alcuni pezzi alla V Triennale di Milano. Ottiene il premio per la scultura nella IV Sindacale di Cagliari.
Del 1934 due suoi rilievi, Gesù al monte degli Ulivi e Golgota, figurano alla Biennale di Venezia. Tiene una personale alla Bottega d’Arte Cao di Cagliari.

Nel 1935 partecipa alla II Quadriennale romana (Contadina sassarese, Deposizione). Nel 1936 espone alla Biennale di Venezia (Popolani della mia città e La cena col tredicesimo). Alla VII Mostra sindacale sarda di Cagliari gli viene assegnato uno dei premi del Duce. Ottiene l’incarico di docente di Scultura Decorativa alla Scuola d’Arte di Sassari.
All’VIII Sindacale sarda del 1937, a Sassari, vince il premio del Duce per la scultura. Espone alla Mostra delle Celebrazioni Sarde di Sassari la Mascherata sassarese. Comincia la collaborazione con l’intagliatore Pasquale Tilloca.
Sposa Maria Falco è il 1938, che diverrà anche una collaboratrice preziosa. Esegue una Via Crucis per la chiesa di Carbonia, e il plastico con pupazzi Villaggio sardo per il Museo Etnografico di Bucarest.
Esegue una Cavalcata di miliziani sardi per il Museo del Risorgimento di Cagliari è il 1939. Alla Mostra dell’Artigianato di Firenze presenta il gruppo di pupazzi Le avventure di Pinocchio, che figura poi a Sassari nella VI Mostra dell’Artigianato. Curata da Ubaldo Badas, responsabile regionale dell’ENAPI, e preceduta da un intenso lavoro di orientamento delle botteghe artigiane, la mostra segna un salto di qualità rispetto alle rassegne precedenti.
Nel 1940 espone alla VII Triennale di Milano un gruppo di 200 pupazzi, la Cavalcata sarda. Realizza una nuova serie di pupazzi sardi (IV serie). Per il Palazzo di Giustizia di Sassari realizza un crocefisso in legno e dei rilievi in pietra con I dieci Comandamenti. All’esecuzione di questi ultimi collabora il giovane scultore Gavino Tilocca. 1941-45 La sua attività subisce un rallentamento, per la difficoltà di reperire materie prime. Realizza tuttavia il plastico con pupazzi Festa campestre (1941; Torino, Museo Nazionale della Montagna), una serie di scatole in legno e alcune sculture (Torso di atleta, I quattro elementi, Il risparmio e il lavoro per la Banca Popolare di Sassari, piccoli rilievi in gesso e terracotta).
Con Stanis Dessy disegna la tessera del Partito Sardo d’Azione. L’attività di critico d’arte assume carattere regolare sul quotidiano sassarese L’Isola e in seguito su La Nuova Sardegna.
Non cessa di interessarsi all’artigianato artistico, la cui situazione in Sardegna è tutt’altro che confortante. La causa principale è, secondo l’artista, lo scadimento del gusto dovuto al venir meno negli ultimi anni del lavoro di orientamento in passato svolto dall’ENAPI.
Tra il 1946 e il 1947 esegue il rilievo La vendemmia per l’EPT di Sassari, il gesso Annunciazione, le terrecotte Balletto e Deposizione con i cani, un pannello a graffito, Balletto di donne, per il negozio di Bruno Mura a Sassari, i rilievi in gesso Donne e I Candelieri.
Nel 1948 espone alla Quadriennale di Roma i rilievi Il Minotauro, Le Sirene e Martirio. Esegue un fonte battesimale per la basilica di San Gavino a Porto Torres.
Nel 49 è membro della giunta della Confederazione Generale dell’Artigianato italiano e rappresentante dell’ENAPI per la Provincia di Sassari. Realizza un ostensorio per il duomo di Sassari, il rilievo in legno Le fatiche d’Ercole e varie opere per il cimitero di Sassari, tra cui la porta della chiesa e quattro rilievi in trachite per l’esterno dello stesso edificio.
È tra i collaboratori della rivista Ichnusa. Nel 1950 espone alla Biennale di Venezia (Composizione) e alla Mostra d’arte moderna della Sardegna alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Come rappresentante dell’ENAPI collabora, a Sassari, alla preparazione della Mostra Regionale dell’Artigianato. L’artigianato sardo, dopo la stasi creata dalla guerra, è in piena crisi: chiuse molte botteghe, imbastardito il gusto, perduti i frutti dell’opera svolta dall’ENAPI. Tocca a Tavolara chiamare a raccolta gli artigiani, rincuorarli, esortarli al lavoro, spingendosi fin nei più remoti paesi dell’Isola per reperire i materiali destinati alla mostra.
1951 Realizza una decorazione a graffito per la sede della TETI di Sassari, e lavori per le tombe Tomè e Tavolara-Frassetto nel cimitero di Sassari. Il lavoro di riorganizzazione dell’artigianato locale procede con l’istituzione di vari corsi ENAPI nella provincia, promossi dalla Regione.
1952 Il suo rilievo L’agricoltura è collocato nella sede dell’ICAS (oggi sede centrale del Banco di Sardegna, Sassari). Oltre ad alcune opere cimiteriali, esegue i pannelli decorativi Storia della scrittura, per il negozio Olivetti di Sassari, e Storia della moda, per il negozio Bagella.
1953 Con Badas organizza a Sassari la Mostra dell’Artigianato, nella quale la traccia del suo intervento è impressa sugli oggetti più disparati.
1954 La produzione artigiana sarda figura con successo nella Fiera di Cagliari e nella XVIII Mostra di Firenze. Il lavoro dell’ENAPI tocca centri come Isili, Tonara, Bolotana. La Regione Sardegna crea l’ESVAM (Ente Sardo Valorizzazione Artigianato Moda); diretto da Maria Foschini, si avvale della collaborazione del figurinista Umba e (per la parte tessile) di Tavolara. Realizza in ceramica la Madonnina dell’ETFAS per l’Ente omonimo, che ne collocherà un esemplare su stele di pietra in ciascuno dei propri cantieri.
Viene inaugurata a Sassari la colonna di Porta Sant’Antonio, monumentofontana commissionatogli dal Comune, ornato da rilievi con episodi della storia cittadina. Per la chiesa della Solitudine di Nuoro, dedicata a Grazia Deledda, esegue il portale, la Via Crucis e altri interventi decorativi.
1955 Nella nuova sede romana dell’Ufficio Turistico della Regione Sardegna, in via Barberini, i locali, arredati da Badas, sono ornati da un pannello di Tavolara e nella vetrina è disposta una teoria dei suoi pupazzi. Esegue un pannello decorativo per la sede cagliaritana della Banca di Roma.
1956 Il nuovo Padiglione destinato dalla Regione ad accogliere le mostre artigiane sassaresi (ornato all’interno da un grande pannello di Tavolara) s’inaugura con una mostra che, curata dall’artista insieme ai colleghi dell’ENAPI Badas e Ciusa Romagna e varata in un momento di grande interesse verso l’artigianato italiano, segna un vero e proprio “lancio” delle produzioni sarde.
1957 Nasce l’ISOLA (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), ente regionale guidato da Badas e Tavolara. È l’ISOLA che organizza la seconda edizione della mostra sassarese, sul tema dell’artigianato sacro. Una mostra dell’ISOLA figura anche all’XI Triennale di Milano e vi è premiata con una medaglia d’oro.
1958 Il lavoro all’ISOLA lo assorbe completamente. Tema della mostra artigiana del 1958 è L’artigianato sardo nella casa moderna. La rivista americana Home dedica un numero alla Sardegna e al suo artigianato.
1959 La partecipazione alla Fiera di Cagliari e alla Mostra dell’Artigianato di Firenze (dove i sardi ottengono di nuovo la medaglia d’oro) offre sostanziose conferme, anche sul piano commerciale, all’azione dell’ISOLA. Quest’ultima tuttavia attraversa un periodo di crisi interna: a causa di tensioni con la dirigenza politica e amministrativa, Badas lascia l’Ente. La mostra di Sassari, sul tema Artigianato sardo e Mercato Comune Europeo, punta ai mercati delle nazioni più industrializzate d’Europa. Contro i primi tentativi di falsificazione, l’indicazione di Tavolara è di valorizzare le materie prime locali. Quale manifestazione collaterale, viene organizzato un convegno su Produzioni e materiali tipici sardi nell’architettura e nell’arredamento moderni. Dal dibattito emerge una piena adesione alla linea tracciata da Badas e Tavolara, del «rinnovamento nella tradizione».
1960 Per il terzo anno consecutivo l’artigianato sardo è premiato nella Mostra di Firenze. La produzione ISOLA circola in campo internazionale (mostra itinerante promossa negli USA dallo Smithsonian Institute, mostra nei magazzini londinesi Harrods; partecipazione a varie rassegne, Vibo Valentia, Roma, Ancona, Monza, Locarno, Copenaghen, Stoccolma). Nella V Mostra dell’ISOLA a Sassari la maggior parte dei pezzi esposti sono su disegno di Tavolara.
1961 Si apre il “nuovo corso” dell’ISOLA: la parola d’ordine è “commercializzazione”. Le energie prima spese per allestire annualmente la mostra di Sassari devono essere impiegate per garantire una produzione in quantitativi accettabili dei manufatti più richiesti. Proprio questa è infatti la maggior difficoltà posta dall’estendersi della domanda da parte dei mercati esteri (richieste degli elaborati sardi sono giunte perfino dal Katanga).
1962 Gli viene diagnosticato un cancro, ma la malattia non interrompe la sua attività. La VI Mostra di Sassari si apre all’insegna della novità: nuovo l’allestimento con diagrammi e foto, nuova la maggior parte degli elaborati. Su Domus, Giò Ponti plaude ai risultati raggiunti in un articolo entusiastico. Autorevoli riviste specializzate, come l’inglese Drapery Fashion Weekly e la tedesca Texil Weitung, lodano l’opera di Tavolara. Questi continua fino all’ultimo a dirigere l’ISOLA. Già molto malato, trova ancora la forza di recarsi a Cagliari per seguire la sistemazione del grande rilievo decorativo che orna la facciata del Palazzo dell’ENEL.
È la sua ultima opera.
Muore a Sassari il 13 gennaio del 1963.


Giuliana Altea
EUGENIO TAVOLARA
Ilisso Edizioni

L’ARTISTA COME DECORATORE


Chi era Eugenio Tavolara, questo artista che creava oggetti tanto diversi tra loro come giocattoli in legno e stoffa, sculture, tappeti, arazzi, ceramiche, cestini? Chi era quest’uomo tranquillo e un po’ ironico, che macinava idee da mattina a sera, che consumava in disegni e progetti ogni ritaglio di tempo e di carta? Dobbiamo considerarlo uno scultore, un creatore d’arti applicate, un designer? Forse anche per la difficoltà di rispondere a queste domande, per l’impossibilità di rinchiuderlo in una categoria precisa, Tavolara non è conosciuto come meriterebbe, e non solo in Italia ma perfino nella sua terra d’origine. Eppure non c’è artista cui la Sardegna debba tanto quanto deve a lui; o forse ce n’è solo un altro, Giuseppe Biasi: se Biasi ai primi del Novecento ha inventato con la sua pittura una nuova immagine dell’Isola, Tavolara ha “inventato” l’artigianato sardo come noi lo conosciamo, un artigianato che per ricchezza di motivi, per varietà di forme e di colori resta ancora oggi tra i più belli d’Europa.
Anche se gli interventi dell’artista sono di raggio così ampio, la sua attività non ha niente di incoerente o dispersivo. A guidare tutto il suo lavoro, infatti, è l’idea della decorazione come fondamento dell’arte. Oggi si tende a dare alla parola “decorazione” un significato negativo: la si identifica con qualcosa di superfluo e posticcio, un “di più” che viene aggiunto alla forma (provate a dire a un artista che la sua opera è decorativa, e vedrete come reagisce). Un’idea, questa, che abbiamo ereditato dalle correnti dell’arte moderna del Novecento, che hanno compiuto una precisa scelta di campo a favore di tutto ciò che è semplice, nudo e senza ornamento. Ma per Tavolara la decorazione è l’aspetto comunicativo della forma: quello che in un oggetto o in un’immagine ci attrae, trattiene il nostro sguardo, “parla” con noi. I motivi decorativi comunicano così come comunica un vestito, che ci dice qualcosa su chi lo indossa, sul suo stile di vita e sulle sue idee. I più diffusi (per esempio la voluta, il fiore, le forme geometriche) sono giunti a noi da un lontanissimo passato; la loro origine si perde nella notte dei tempi; sono un alfabeto misterioso attraverso il quale si trasmettono antichi valori depositati nell’inconscio collettivo. L’ornamento, dunque, è tutt’altro che aggiunta superflua, o addirittura “delitto”, come voleva Adolf Loos, uno dei maestri dell’architettura del Novecento. L’ornamento, in fondo, è ordine (ordo, in latino: i verbi ordinare e ornare hanno la stessa radice etimologica), armonia da infondere negli oggetti, negli arredi, nella casa, ma anche nella vita.

UN POPOLO DI LEGNO


A Tavolara e Anfossi non interessa il giocattolo in generale. L’idea che hanno in mente è più precisa: rappresentare il mondo popolare sardo in miniatura: pastori, contadini, animali. Un precedente c’era già stato negli anni Dieci con le figure in cartone colorato dell’artista sassarese Edina Altara, piccole costruzioni geometriche di sapore tra il cubista e il futurista, che trasportavano nelle tre dimensioni i personaggi delle illustrazioni di Biasi per Il giornalino della Domenica. Come l’Altara, i due artisti adottano forme angolose e schematiche, ma scelgono un materiale meno deperibile (dei giocattoli dell’Altara, fragilissimi, nulla è rimasto), legno e feltro colorato, e partono da un’osservazione più attenta della realtà. Non a caso la reazione del pubblico sardo sarà di stupore e ammirazione nel trovarsi di fronte un popolo rappresentato con miracolosa esattezza nei suoi tratti fisici e di costume. Ma questo realismo si unisce a un’audace ricerca di sintesi: le figure hanno profili geometrici, piani netti, tocchi di colore crudo nei volti, squillanti accordi di tinte nei vestiti. Perfino questi ultimi, per quanto riproducano minuziosamente i costumi sardi, con tutti i loro ricami e i bottoni d’argento, sono stilizzati.
Il riferimento alle avanguardie è – diversamente che nell’Altara – pienamente consapevole: Anfossi e Tavolara hanno presenti i giocattoli futuristi di Fortunato Depero; ma mentre Depero crea piccoli automi in legno, figure spersonalizzate che partono dal mito futurista dell’uomo meccanico, i due sassaresi creano tipi umani fortemente caratterizzati. La deformazione violenta dei visi (rudi maschere veramente “tagliate con l’accetta”) e dei corpi, nella ricerca del grottesco, rivela inoltre una tendenza espressionista. Lo sguardo che i due artisti posano sul mondo sardo è sì affettuoso, ma per nulla carezzevole o protettivo (tant’è vero che in Sardegna i soliti quattro benpensanti che avevano a suo tempo attaccato la Deledda per aver denigrato la sua Isola ora protestano contro quei «fantocci primitivi, con le mani da tagliere, i piedi da ceppi di cucina ed i visi mostruosi»).

Casa ATTE (1925), gruppo di cavalieri di Orgosolo e di Bitti.
Casa ATTE (1925), gruppo di danzatori.
Casa ATTE (1925), gruppo di pupazzi.
Edina Altara, giocattoli in cartone (1916-17). Fotografia datata 1917, donata e dedicata ad Antonio Ballero..jpg
LA CASA ALBA

Nel 1929 Tavolara e Anfossi si separano. Alla radice c’è qualche tensione personale, ma soprattutto differenze di vedute in campo artistico.
In un momento in cui il folklore comincia a non esser visto di buon occhio nell’arte italiana, Tavolara sente il bisogno di una modernizzazione del discorso, di un allargamento dei temi cui il suo compagno si mostra meno sensibile. Nel 1930 fonda perciò una nuova ditta, l’ALBA (nome allusivo a una radiosa rinascita artistica), che debutta con una produzione di pupazzi raffiguranti personaggi del circo e della vita contemporanea (il cowboy, il marinaio, il viveur), tipi femminili, animali. Se il tono è più spensierato e umoristico, le forme, ottenute anche con l’ausilio del tornio, sono più tondeggianti: dalle geometrie déco si passa a una stilizzazione fluida che risente dell’illustrazione contemporanea per bambini. Su questa svolta incide il rapporto allacciato con Mario Pompei, uno dei protagonisti dell’illustrazione e della scenografia italiane dell’epoca. Il disegnatore romano, che su incarico dell’ENAPI aveva già creato per la casa ATTE alcuni progetti per una serie di giocattoli in costume ciociaro, propone a Tavolara l’esecuzione di pupazzi ispirati ai personaggi da lui inventati per Il Balilla e altre riviste per ragazzi. L’amicizia con Pompei, nata da un fitto scambio di lettere (i due non si sarebbero mai incontrati di persona) è occasione di un fertile incontro col mondo dell’illustrazione e del cartoon anni Trenta, con le sue forme dinamiche, il colore artificiale e vivacissimo, il ritmo incalzante, il disegno fluido e avvolgente. Nascono così pupazzi come Pinco Pallino, Pierino e Saputino Saputello, e una bella serie di soldatini dalle linee sintetiche ed essenziali. Nel rapporto con Pompei, il compito di Tavolara non è quello di semplice esecutore (per capirlo basta confrontare Pierino o Saputino con i giocattoli dello stesso genere che più tardi eseguirà per Pompei il pur bravo artigiano torinese Amleto Marocco, e nei quali la stilizzazione è molto meno efficace). Del resto l’artista non svolgeva alcun tipo di lavoro manuale; il suo compito consisteva nello studio delle soluzioni tecniche necessarie alla trasposizione in legno dei disegni del collega, attraverso la preparazione di modelli tecnici e di sagome per l’intaglio. Insomma, il suo era il ruolo di un interprete, che talvolta richiedeva anche l’introduzione di modifiche stilistiche nei progetti. La collaborazione, chiusa nel 1932, lascia Tavolara più ricco di idee ed esperienze, oltre che forte di un successo ormai consolidato, come prova il fatto che nel 1933 l’Enciclopedia Treccani ricorra a ben tre foto di suoi pezzi per illustrare la voce “Giocattolo”.

Corso ENAPI di perfezionamento artigiano, Bonorva, 1956
Cestinaie di Ittiri, 1956
Cestinaia di Sennori, 1956
La reinvenzione dell'artigianato

                                                   
L'artigianato costituisce un aspetto importante e inconfondibile della cultura artistica della Sardegna contemporanea.
Ciò si deve, oltre alla ricchezza dell'artigianato popolare (che un critico difficile come Ugo Ojetti definiva negli anni venti "aristocrazia tra le arti paesane"), all'intelligente operazione di design attuata su di esso tra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta del secolo scorso da artisti come Eugenio Tavolara e Ubaldo Badas.
Attraverso l'ISOLA (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), di cui era direttore, Tavolara riuscì a rivitalizzare le forme della tradizione (specie nei settori del tessile, dell'intreccio e dell'intaglio in legno) mettendole a contatto con le tendenze del gusto internazionale, in quel momento teso a riscoprire i valori di una mediterraneità semplice quanto sofisticata; un'operazione che, assecondata dal boom turistico della Costa Smeralda, e dal correlato sorgere di ville ed alberghi con le loro esigenze d'arredo, ebbe immediato successo in Europa e negli USA e fu caldamente sostenuta in Italia da Gio Ponti sulla rivista "Domus".
Episodio chiave della rinascita artigiana della Sardegna fu la costruzione a Sassari nel 1956 del padiglione destinato a ospitare le mostre dell'ISOLA. Progettato da Ubaldo Badas, il padiglione è fra le migliori architetture in Sardegna negli anni cinquanta, manifestazione tangibile dell'unità fra arte, artigianato e architettura: è infatti ornato da decorazioni in ceramica di Gavino Tilocca, Emilia Palomba, Giuseppe Silecchia, e accoglie un rilievo in steatite e un banco ligneo su disegno di Tavolara.
Alla morte di quest'ultimo nel 1963, l'ISOLA prende un nuovo corso, rivolto più alla commercializzazione che al rinnovamento estetico dei prodotti. Tuttavia l'eredità di Tavolara non è andata totalmente dispersa, ma sopravvive nel lavoro di molti artigiani e designer sardi, come lui impegnati nello sforzo di far coesistere modernità e tradizione.

CONTADINO SASSARESE, 1934 gesso patinato
DEPOSIZIONE, 1934
SEPOLTURA DI GESÙ, 1934
È NATO UNO SCULTORE

Dall’arte applicata, Tavolara si sta avvicinando all’arte senza aggettivi. Nel 1933 debutta come scultore nella Mostra sindacale sarda di Cagliari, con un rilievo, Golgota, che parte dal linguaggio sviluppato nella produzione decorativa, ma riesce a dargli maggiore espressività e forza drammatica e un tono più narrativo. La scultura piace ad Antonio Maraini, il segretario della Biennale di Venezia, che lo invita a sottoporre qualche opera alla giuria della prossima edizione della rassegna. Tavolara invia Sepoltura di Gesù, opera più complessa e tormentata di Golgota; ma Maraini (tradizionalista convinto e nemico giurato dell’arte d’avanguardia, che gli sembra troppo difficile e intellettualistica), finirà invece per ammettere a Venezia quest’ultimo, di cui approva la semplicità popolaresca.
L’influsso di Maraini, in un momento in cui l’approdo di Tavolara alla scultura era molto recente e le sue scelte ancora non ben definite, sembra aver messo l’artista in difficoltà: a metà degli anni Trenta lo vediamo oscillare tra un linguaggio decorativo e volutamente ingenuo, adottato nelle scene religiose, e uno stile più drammatico e realistico, impiegato nei temi popolari. Il linguaggio ingenuo e semplificato, pieno di riferimenti all’arte medioevale, è per lui il linguaggio della spiritualità; per rappresentare il mondo popolare – in precedenza evocato attraverso i giocattoli – punta invece su un realismo carico di espressività.




Tavolara diventa presto lo scultore di maggiore spicco in Sardegna, dove Francesco Ciusa è una presenza sempre più appartata, mentre altri, come Gavino Tilocca o Albino Manca, sono giusto agli esordi o risiedono fuori dell’Isola. Nel 1936 è chiamato ad insegnare nella Scuola d’Arte di Sassari, appena fondata e diretta dal pittore Filippo Figari; un incarico che, mettendolo in contatto giornaliero con una schiera di allievi e collaboratori (primo tra tutti l’intagliatore Pasquale Tilloca), è quanto mai congeniale al suo modo di intendere l’arte. In questo quadro arriva la prima commissione pubblica, una Via Crucis e una Crocifissione per la chiesa di Carbonia. La Via Crucis, realizzata con l’aiuto di Tilloca (che traduce in legno i modelli in gesso preparati dall’artista) segna il definitivo abbandono del realismo verso il quale lo aveva spinto Maraini. Anche rispetto alle opere sacre di qualche anno prima, comunque, si notano dei cambiamenti, o meglio una piena maturazione del discorso, che scorre ora con perfetta naturalezza di pannello in pannello, in una serie di composizioni eleganti, ben scandite ed equilibrate nel gioco dei pieni e dei vuoti. Tavolara guarda agli scultori gotici del Trecento, specie a Tino da Camaino, ma li guarda col filtro del più grande scultore italiano contemporaneo Arturo Martini. Poco dopo gli viene affidata la decorazione della Sala delle Assise nel Palazzo di Giustizia di Sassari. Per la sala, Tavolara realizza i rilievi in trachite raffiguranti I dieci Comandamenti con l’aiuto del giovane scultore Gavino Tilocca, che traduce in creta i bozzetti in legno da lui
eseguiti. L’influsso di Martini (il Martini della Giustizia Corporativa nel Tribunale di Milano) è evidente: agli spazi ariosi della Via Crucis di Carbonia si sostituiscono composizioni più affollate e animate, ai profili affilati, figure più piene e corpose. Queste qualità vengono esaltate, e talvolta acquistano un’inattesa sensualità nei modelli in creta di Tilocca.


Gli anni della guerra e del dopoguerra lo vedono intensamente impegnato nella scultura. L’artista proietta l’inquietudine legata al difficile momento storico in drammatiche scene religiose come Flagellazione o Deposizione con i cani (1946), nelle quali i corpi sembrano disfarsi in uno spazio soffocante e privo di profondità. Attraverso l’amicizia col pittore Mauro Manca, che in questi anni fa la spola tra Sassari e Roma, Tavolara tiene presenti le esperienze dell’arte romana del momento (la scultura di Mirko, la pittura espressiva e concitata di Stradone e Scialoja), come dimostrano anche i rilievi Il Minotauro, Le Sirene  e Martirio, esposti alla Quadriennale romana del 1948.
L’inizio degli anni Cinquanta porta con sé alcune importanti commissioni pubbliche: il rilievo in terracotta L’agricoltura per la sede sassarese dell’ICAS, in cui sviluppa la ricerca avviata nelle opere precedenti, e – cosa non facile – riesce a rappresentare senza retorica il tema del lavoro, collegandolo a una realtà locale osservata con simpatia e partecipazione; e soprattutto, la Colonna di Sant’Antonio a Sassari e la Porta della Solitudine nell’omonima chiesa di Nuoro. La prima riecheggia la forma della Colonna Traiana, ma anche i “candelieri” dell’omonima festa sassarese (enormi ceri votivi di legno, portati in processione dai membri delle corporazioni); è una colonna, ma è anche una fontana. Rivestita di rilievi raffiguranti episodi di vita cittadina, è un monumento antimonumentale, eretto nel luogo più autenticamente popolare della vecchia Sassari: Porta Sant’Antonio, dove un tempo si riunivano i braccianti e i contadini.
La Porta della Solitudine fu realizzata per l’omonima chiesa nuorese, restaurata e dedicata a Grazia Deledda dal comune della sua città. La porta, in bronzo, è stata ricavata da un modello in legno e gesso, più suggestivo dell’opera finita. Un pannello con la figura della Madonna è circondato da una fascia ornata da motivi tratti dall’arte popolare sarda o fantasiosamente reinterpretati (stelle, soli, lune, castelli e altro ancora); intagliati a bassissimo rilievo sul fondo piatto, questi sembrano irradiare dalla Vergine come una specie di alone fatato. A distanza di trent’anni, Tavolara sembra essersi ricordato del tondo col Cristo deposto del 1925: nella porta rivive infatti la stessa unione di senso del magico, religiosità cattolica e ingenua fede popolare.
All’idea di una scultura “di superficie”, interamente bidimensionale, si legano altre opere di questo periodo. Nella Storia della scrittura eseguita nel 1952 per il negozio Olivetti a Sassari, Tavolara si serve di sagome in steatite applicate su un piano di marmo per evocare attraverso figure e simboli i vari stadi della civiltà umana, dalla preistoria ai giorni nostri: i tasti della macchina da scrivere, che rappresentano la contemporaneità, hanno un’aria non meno misteriosa dei graffiti delle caverne o degli emblemi assiro-babilonesi. La steatite, applicata stavolta sulla pietra, torna nel rilievo del Padiglione dell’Artigianato a Sassari (1956), edificio-simbolo, come vedremo, della rinascita dell’artigianato sardo. Un arcipelago di forme costellate di figure racconta la storia di «una giornata di nozze in terra sarda, ai tempi delle corone reali, dei castelli, delle fortezze, dei lunghi cortei a cavallo, dei folletti e delle fate». Le immagini prendono spunto dalle forme dei pani, dei tappeti e delle cassapanche popolari, ma sono ancora più primitive ed essenziali, e al tempo stesso moderne (il richiamo alla preistoria mediterranea era tutt’altro che insolito nell’arte più avanzata dell’epoca, a cominciare da Picasso).


COLONNA DI SANT’ANTONIO, 1954, I Santi Patroni della città e La cavalcata di Giovanni Maria Angioy, Sassari, piazza Sant’Antonio
I DIECI COMANDAMENTI, 1939-40
PORTA DELLA SOLITUDINE, 1954 bronzo,chiesa della Solitudine, Nuoro.
Bozzetto per una targa, foto d’epoca.
Campana, 1956, chiesa della Solitudine, Nuoro.
I DIECI COMANDAMENTI, 1939-40
Artigianato Sardo anni 59
Artigianato Sardo anni 50
Museo Eugenio Tavolara Sassari
IL RISVEGLIO DELL’ARTIGIANATO SARDO

Se Tavolara arriva a ripensare radicalmente il suo modo di fare scultura, avvicinandosi alle forme d’espressione popolare, è perché nel frattempo ha molto riflettuto sul problema dell’artigianato. Si è reso conto che il lavoro artigiano non è semplice ripetizione di schemi trasmessi di generazione in generazione, ma è anche un atto di creazione individuale; non è qualcosa di immutabile, si evolve continuamente. Sono vedute in sintonia con la nuova linea dell’ENAPI, di cui l’artista è ora delegato per la provincia di Sassari: se in precedenza l’ente tendeva a fare dell’artigiano un passivo esecutore dei progetti degli artisti, dagli anni Quaranta insiste sempre più sulla sua “personalità”, sul suo contributo creativo. Dialogo, scambio, collaborazione creativa sono ora al centro dell’intervento di Tavolara nel settore.
Negli ultimi vent’anni lo scultore ha seguito da vicino l’attività delle botteghe sarde, lanciando il suo grido d’allarme ogni volta che vi coglieva segni di crisi inventiva e di decadenza tecnica. Alla fine degli anni Trenta, l’azione dell’ENAPI aveva dato nuovo impulso alla produzione; ma la pausa della guerra ha segnato un preoccupante regresso, molte attività tradizionali sono state abbandonate (a Dorgali i ceramisti si son ridotti a tre), altre si sono imbastardite (le tessitrici e le ricamatrici copiano come possono i modelli di Mani di fata). Per coinvolgere gli artigiani, sfiduciati, bisogna percorrere tutti i paesi, visitare le botteghe una a una. In questo compito l’artista è affiancato da Ubaldo Badas, col quale organizza la Mostra dell’Artigianato di Sassari del 1950, primo segnale di una ripresa che procederà sempre più rapida negli anni seguenti. Alla base c’è l’idea – caldeggiata da Giò Ponti – che la qualità deve venire prima della quantità, che gli artigiani vanno “incoraggiati” a rinnovarsi e non sottoposti a direttive piovute dall’alto, e che parallelamente bisogna sforzarsi di conservare intatte le lavorazioni antiche.  Questa politica può attuarsi grazie all’intervento della Regione Sardegna, che fin dal 1950 finanzia una serie di corsi di perfezionamento tecnico e professionale organizzati dall’ENAPI. Vero motore del risveglio dell’artigianato
sardo, i corsi sono in gran parte opera di Tavolara. Nell’archivio dell’artista restano i disegni e i progetti consegnati agli artigiani, schizzi e abbozzi tracciati su fogli volanti, su frammenti di carta anche minuscoli.
Accanto ai disegni, Tavolara si serve di collage fotografici: parte da foto di tessuti sardi antichi, ne ritaglia le bande di motivi e le incolla su una base di cartone o di legno, secondo nuove composizioni e nuovi ritmi. Per esempio ripete un ornamento, ne inverte il senso, crea o elimina simmetrie, trasporta al centro della composizione quel che era bordo o cornice, e viceversa. Gli elaborati ottenuti con questo sistema, a loro volta fotografati, diventano punto di partenza di un processo analogo, e così via, con una crescita sempre maggiore del tasso d’innovazione. Allo stesso tempo, l’artista interviene sui singoli motivi, rielaborandoli, e sulla gamma dei colori, che viene modificata rispetto alla tradizione. Anche nella cestineria, incoraggia l’introduzione di tinte decise e motivi astratti. I corsi toccano dapprima i paesi di Ittiri, Nule, Bonorva, Osilo per il settore della tessitura, Ittiri e Castelsardo per la cestineria, Sassari per la ceramica; a questi si aggiungono in seguito Tonara, Bolotana, Isili, Dorgali, Sant’Antioco, Bosa, San Vero Milis, Teulada. Con
l’estendersi dell’intervento, cresce l’entusiasmo per i risultati, che di mostra in mostra, di fiera in fiera rivelano un settore in piena, inarrestabile ascesa.



Sassari, Padiglione per l'Artigianato ''Eugenio Tavolara''
Sassari, Padiglione per l'Artigianato ''Eugenio Tavolara''

Come arrivare
Sassari è la seconda città della Sardegna. Il padiglione è nell'abitato.
Il padiglione è immerso nel verde dei giardini pubblici in prossimità dell'Emiciclo Garibaldi.
Descrizione
Il padiglione, realizzato per l'ISOLA nel 1956 con lo scopo di esporre e valorizzare i prodotti dell'artigianato sardo, è l'opera più significativa di Ubaldo Badas. Fu realizzata con il recupero delle possibilità espressive dei materiali, variamente usati e combinati negli accostamenti cromatici, nella disposizione delle tessere colorate, nelle ringhiere fantasiosamente decorate. Oggi l'edificio risulta notevolmente alterato sia nelle aperture in parte tamponate, sia negli spazi interni.
I volumi della costruzione si presentano all'esterno in maniera molto articolata e movimentata e racchiudono gli ampi spazi espositivi interni: nel piano terra sono presenti i necessari pilastri, mentre una scala interna, decorata con i rilievi in steatite della ''Cavalcata sarda'' di Eugenio Tavolara, conduce allo spazio unico del livello superiore.
Il nucleo centrale è il cortile dove si affacciano le luminose vetrate delle sale per esposizione sostenute da leggeri pilastri, mentre all'esterno la lunga parete accompagna una sorta di ''percorso d'acqua'' nella vasca valorizzata dai rilievi in ceramica colorata con figure di animali e di uomini, opera di Giuseppe Silecchia, autore anche della grande scultura in maiolica collocata nel patio.
Tra i mutamenti più importanti si segnala la chiusura della parete E, un tempo aperta da una lunga finestra rettangolare ed oggi invece caratterizzata da una ampia superficie cieca, e la scala esterna, che ora poggia sul battuto, ma in realtà era sospesa sull'acqua di una vasca più grande dell'attuale con un effetto di straordinaria leggerezza.
Storia degli studi
Una rassegna degli studi si trova nella bibliografia relativa alla scheda nel volume della "Storia dell'arte in Sardegna" sull'architettura otto-novecentesca (2001).


Bibliografia
F. Masala, Architettura dall'Unità d'Italia alla fine del '900,
collana ''Storia dell'arte in Sardegna'',
Nuoro, Ilisso, 2001, sch. 153.


Padiglione per l'Artigianato ''Eugenio Tavolara''
Dove Vedere Tavolara
Dove Vedere TAVOLARA

Sassari:
1. Comune di Sassari
2. Palazzo di Giustizia, Sala delle Assise
3. Piazza Sant’Antonio
4-5. Cimitero Monumentale, portale della chiesa e tomba Rosasco-Viale
6. Padiglione dell’Artigianato “E. Tavolara”

Nuoro:
7-8. Chiesa di Nostra Signora della Solitudine, porta e arredi
9. ISRE, sede direzionale, biblioteca

Oliena:
10. Hotel Ristorante Su Gologone, nucleo di circa 30 pupazzi

Cagliari:
11. Palazzo dell’ENEL, rilievo esterno
12. Galleria Comunale d’Arte, bassorilievo dell’Annunciazione
13. Banca di Roma, pannello
14. Località Su Siccu, Madonna dell’ETFAS Carbonia:
15. Chiesa di San Ponziano, Via Crucis lignea

Torino:
Museo Nazionale della Montagna

Bucarest:
Museo Etnografico

La raccolta più ampia di tessiture, legni, pupazzi, documenti d’epoca fra quelli in collezione pubblica è custodita presso L’Archivio dell’ISOLA, località Predda Niedda a Sassari.

 

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