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Fascismo in Sardegna :: Scopri la Storia della Sardegna tra Fascismo e Antifascismo

Cultura Sarda > Storia Sarda
Cagliari discorso di Mussolini
Cagliari discorso di Mussolini.
Il Duce incontra il popolo sardo
Il Duce incontra il popolo sardo tra S.Antioco e Santade (CA)
Fascismo in Sardegna

C’e` ancora una discussione fra gli storici sardi dell’Eta` contemporanea: se il fascismo in Sardegna sia stato ‘‘importato’’ dal continente (come altre manifestazioni della storia europea e italiana) oppure se sia maturato in Sardegna spontaneamente, su motivazioni e condizioni strutturali simili a quelle che lo fecero nascere fuori dell’isola.


LE ORIGINI
Chi sostiene la primatesi si rifa` soprattutto alle cifre e alle date che caratterizzano la prima fase del fascismo in Sardegna: poche decine di iscritti ancora nel 1922, quando invece il fascismo era completamente sviluppato in continente e gia` contava su una minoranza armata capace di imporsi sulle altre forze politiche (‘‘Fasci di combattimento’’ erano stati fondati nel 1920 in alcuni centri dell’isola, ma nell’aprile 1921 erano scomparsi); solo nell’ottobre del 1922, pochi giorni prima della ‘‘marcia su Roma’’, il PNF terra` il suo primo Congresso regionale a Iglesias. Un’altra prova a favore di quella prima tesi sarebbe che la guerra civile neppure tanto strisciante scatenata nella penisola dai fascisti contro i socialisti e, dal 1921, contro i comunisti (nonche´ i popolari piu` intransigenti) in Sardegna non ebbe luogo: le prime vittime si ebbero solo dopo la ‘‘marcia su Roma’’. Il 13 novembre, dopo un incontro al Consiglio provinciale in cui il sottosegretario sardo Lissia aveva portato le prime avances del governo, Lussu era stato ferito in un disordine di piazza; il 26 novembre l’operaio Efisio Melis, che non aveva voluto salutare il gagliardetto durante una manifestazione fascista, era stato trafitto con la lancia dello stesso gagliardetto (sarebbe morto dopo qualche settimana all’ospedale); l’8 novembre, durante una spedizione punitiva nel borgo agricolo di Sorso, presso Sassari, era stato ferito un fascista, Raffaele Rais (sarebbe morto in ospedale di lì a qualche giorno, per una sopravvenuta complicazione polmonare, ma il fascismo ne fara` il suo primo – e unico – ‘‘martire’’ sardo); il 22 dicembre era stata invasa, saccheggiata e incendiata la tipografia de ‘‘Il Solco’’, il combattivo quotidiano sardista; pochi giorni dopo a Portoscuso, nella zona mineraria, venivano uccisi dagli squadristi di Iglesias i fratelli Luigi e Salvatore Fois, battellieri.
Chi sostiene la seconda tesi afferma che anche in Sardegna esistevano condizioni sociali ed economiche (attivita` industriali, capitalisti ‘‘padroni’’ disponibili a usare strumenti di pressione violenti sul movimento operaio, un movimento operaio organizzato antagonista) simili a quelle che esistevano nelle regioni della penisola, in particolare l’Italia settentrionale, dove era nato e si era sviluppato il fascismo.
L’una e l’altra tesi, inoltre, tengono particolarmente presente il fenomeno del movimento degli ex combattenti, attestato su posizioni fortemente rivendicazioniste nei confronti dello Stato, che si evolvera`, fra l’agosto-settembre 1920 (Congresso di Macomer dell’ANC, Associazione Nazionale Combattenti) e l’aprile del 1921 (Congresso di Oristano), nella fondazione del Partito Sardo d’Azione: fra sardismo e fascismo, che si troveranno spesso contrapposti (perche´ i sardisti rubano spazio alle posizioni dei fascisti),
ci sara` anche una certa consonanza ideologica, indicata nell’antiparlamentarismo, nell’antioperaismo, nella difesa dell’esperienza di guerra.

LA ‘‘FUSIONE’’
Fallito l’ambizioso progetto che fa capo a Ferruccio Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis e dal 1920 del quotidiano cagliaritano ‘‘L’Unione sarda’’, di dar vita in Sardegna a un ‘‘fascismo dei padroni’’ come quello degli agrari e degli industriali continentali, la soluzione individuata da Mussolini e` quella di traghettare i sardisti (o gran parte di loro) nel PNF (non diversamente da quanto il PSd’Az aveva fatto con gli ex combattenti). La delicata operazione verra` affidata al generale Asclepia Gandolfo, un popolare comandante della Guerra mondiale, che si immagina possa riscuotere la fiducia dei capi sardisti: inviato in Sardegna come prefetto di Cagliari a fine dicembre 1922, Gandolfo sara` in realta` l’autorita` cui fa capo l’amministrazione civile dell’intera isola. Sara` lui ad avviare, appena arrivato, quella che sara` chiamata la ‘‘fusione’’: per un breve periodo, fra febbraio e aprile, le offerte del generale appariranno appetibili perfino a Emilio Lussu, riconosciuto capo del PSd’Az (che scontera` questa sua incertezza presentando anche le dimissioni da deputato e da leader del partito), e – soprattutto in provincia di Cagliari – alcuni prestigiosi dirigenti come Paolo Pili e Antonio Putzolu passeranno al PNF, dando vita, contemporaneamente, al fenomeno del ‘‘sardofascismo’’.
I sardisti, in realta`, avevano chiesto a Gandolfo una qualche autonomia per la Sardegna, com’era nel loro programma: ma mentre sembrava che il generale non fosse alieno per lo meno dal trasmettere verso il centro la richiesta con una sua raccomandazione (come di fatto avvenne), Mussolini oppose un netto rifiuto. In cambio, nel novembre dello stesso anno, la cosiddetta ‘‘legge del miliardo’’ (il R.D. 6 novembre 1924, n. 1931, che stanziava, appunto, un fondo di 1000 milioni di lire, distribuiti su dieci anni, per attuare un programma straordinario di opere pubbliche e infrastrutture di servizio) veniva presentata come il premio del fascismo ai ‘‘convertiti’’ del PSd’Az, e insieme come una sorta di patto di riconciliazione tra il governo e i sardi. Intanto, a primavera, c’erano state le elezioni politiche: si era votato col nuovo sistema elettorale Acerbo, che riservava il 66% dei deputati al partito che avesse ottenuto il 25% dei voti sull’intero territorio nazionale (dei 12 deputati sardi, 8 appartenevano alla lista del PNF – molti di loro erano ex sardisti – , 4 alle opposizioni). Il predominio fascista si avviava così a diventare dittatura: l’assassinio del deputato Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) e la recisa, provocatoria assunzione di responsabilita` da parte di Mussolini (il famoso discorso del 3 gennaio 1925 in Parlamento) avrebbero portato al fatale sbocco delle leggi eccezionali dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni al capo del governo (31 ottobre 1926). Nei disordini che accompagnarono in tutta Italia la notizia dell’attentato al Duce sarebbe stata assalita, a Cagliari, l’abitazione di Lussu, in piazza Martiri: Lussu si difese sparando su primo degli assalitori, un giovane ginnasta, Battista Porra`, che si era arrampicato fino al suo poggiolo, uccidendolo. Lussu sarebbe stato arrestato e portato a Buoncammino e, dopo che un collegio di giudici lo aveva mandato prosciolto per avere agito per legittima difesa, condannato a 5 anni di confino e inviato in soggiorno obbligato all’isola di Lipari. Iniziava una lunga vicenda che, dopo la rocambolesca fuga da Lipari con Carlo Rosselli nel luglio 1929, l’avrebbe portato a continuare la sua lotta al fascismo dall’esilio in Francia, sino all’agosto del 1943,  e poi nella ‘‘lunga notte’’ romana sino al giugno 1944.


Il Duce in Sardegna
Il Duce in Sardegna
Il Duce con il Generale Diamanti
Il Duce con il Generale Diamanti
L’ANTIFASCISMO: SOCIALISTI E COMUNISTI

Dall’ottobre 1926, in effetti, quello di Lussu e` il nome intorno al quale si raccolgono le paure e i controlli delle diverse polizie del regime. Gramsci, gia` in carcere, ha con la Sardegna quasi soltanto rapporti epistolari che lo legano alla madre e alla sorella; Velio Spano, trasferitosi con la famiglia da Cagliari nel 1924, e` clandestino fra Milano e Torino (sara` arrestato nel 1927); Luigi Polano (nato a Sassari nel 1897), che ha lasciato Sassari per la Francia nel 1924, e` dal 1925 in URSS. Dei dirigenti socialriformisti, il solo Angelo Corsi (arrestato per breve tempo nel 1926) resiste su posizioni antifasciste: di tre capi prestigiosi del primo socialismo sardo, Giuseppe Cavallera, Gino Corradetti e Alcibiade Battelli, il primo si era ritirato dalla lotta (non senza essere stato accusato di aver fatto votare per il ‘‘listone’’ fascista), gli altri due si erano schierati sin dal 1924 con i ‘‘socialisti nazionali’’, fiancheggiatori del regime. Solo alcuni dirigenti sardisti e i rari militanti del PCd’I tentavano di intessere qualche trama cospirativa. Quando, agli inizi del 1928, la polizia individua a Roma un importante nucleo dell’organizzazione clandestina comunista che fa capo a G. Amoretti, A. Bessone, R. Allegri e al sardo Giovanni Agostino Chironi (nato a Nuoro nel 1902), viene rinvenuto un ciclostilato intestato ‘‘Sardegna’’: ne viene sospettato autore il giovane studente nuorese Antonio Dore (nato a Orune nel 1906). Così e` in effetti, ma la polizia non riuscira` ad averne le prove: Dore, arrestato nel giugno 1928, assolto dal tribunale speciale, viene confinato a Lipari. Il ciclostilato «appare un documento di grande interesse, sia perche ´ testimonia degli sforzi comunisti, subito dopo le leggi speciali, per costituire anche in Sardegna una rete clandestina, sia perche´ vi si trova il piu` serio e compiuto tentativo di aggiornamento e di sviluppo creativo della prima analisi della questione sarda condotta nel biennio 1924-1926 da Gramsci e da Grieco», ha scritto Guido Melis. Altri comunisti finiranno al confino, sul declinare deglianni Venti: Andrea Lentini (nato a Luras nel 1885), organizzatore dei minatori di Gonnesa, dal 1926 al 1931; il cagliaritano Carlo Manunza (nato a Cagliari nel 1898) dal 1928 al 1929; altri militanti saranno condannati a pesanti pene detentive dal tribunale speciale: Chironi a 7 anni di reclusione (ne scontera` 4), il cagliaritano Giovanni Lay (nato a Pirri nel 1904), arrestato il 12 maggio 1927 e condannato a 7 anni e 6 mesi, uscira` anche lui per l’amnistia ‘‘del Decennale’’ (1932) dopo essere stato, a Turi, compagno di carcere di Gramsci e di Pertini.

Il Duce a Caprera davanti alla Tomba di Garibaldi
Il Duce a Caprera davanti alla Tomba di Garibaldi
Mussolini in Sardegna
Mussolini in Sardegna
LA ‘‘PROVINCIA DEL LITTORIO’’

E`anche per fronteggiarla meglio, sia pure con mezzi soprattutto repressivi, che il R.D. 2 gennaio 1927 ricostituisce, dopo quasi settant’anni, la provincia di Nuoro. La Sardegna risulta ora divisa in tre province: Cagliari (9254 km2, 415.683 abitanti al 1931, 45 per km2), Sassari (7519 km2, 262.771 abitanti, 35 per km2), Nuoro (7326 km2, 207.283 abitanti, 28,5 per km2, una delle province piu` spopolate d’Italia). La costituzione della ‘‘provincia del Littorio’’ ha come scopo principale quello di diffondere meglio sul territorio isolano la presenza dello Stato (la provincia di Cagliari era una delle piu` grandi d’Italia). Ma vuole anche rimediare alla rivalita` fra Sassari e Cagliari e, soprattutto, mira a combattere il banditismo, che ha ripreso con virulenza dopo il fallimento della ‘‘grande speranza’’ del dopoguerra. La vittima piu` illustre della nuova guerra al banditismo, combattuta senza risparmio di mezzi, sara` Samuele Stochino, detto la ‘‘tigre di Arzana’’. Ma il banditismo continua come un male endemico e non sradicabile: dopo il rapimento e la morte della figlioletta del podesta` di Bono, Maria Molotzu, uno dei sequestratori viene ucciso in conflitto e il fratello, Antonio Pintori, di Bitti, catturato viene condannato a morte e giustiziato. Sebbene Mussolini abbia mandato a dirigere la nuova provincia un suo amico e compagno di lotta di antica data, il ‘‘vecchio’’ anarcosindacalista Ottavio Dinale, la situazione economica resta «fortemente depressa», come dicono i suoi rapporti, anche in riferimento allo «spirito pubblico». Manifestazioni di donne sono registrate in molti paesi; a Sindia, un piccolo centro della Planargia, si contano nel 1935 circa 500 contribuenti morosi per tasse arretrate fra il 1924 e il 1934 (tra gli altri, anche il podesta` e il segretario politico); ancora nel 1937 il prefetto calcola che la morosita` dell’intera provincia s’aggiri sul 65% dell’intera imposta, per debiti che nella stragrande maggioranza dei casi non superano le 100 lire. Il motivo del mancato pagamento – scrive nel 1935 il prefetto di Nuoro – e` «l’effettiva impossibilita`». Ne´ stanno meglio le altre due province: alla fine degli anni Venti il Campidano ‘‘vitato’’ intorno a Cagliari registra una vera e propria ondata di sommosse popolari conosciute come ‘‘i moti del vino’’; in provincia di Sassari ci sono scioperi di braccianti e muratori (che a Sassari arrivano a fare una dimostrazione sotto il palazzo della prefettura, 31 dicembre 1930): a febbraio del 1931 i disoccupati della provincia sono oltre 7000 (la cifra va citata, perche´ – tratta da un rapporto riservato del prefetto – dimostra da sola la falsita` delle statistiche ufficiali sulla disoccupazione nell’isola in quegli anni).

L’EMIGRAZIONE ANTIFASCISTA
La Sardegna comincia a uscire dalla crisi intorno al 1935, anno nel quale si allenta anche la tensione economica internazionale. Riprende l’attivita` mineraria, che molte aziende avevano anche completamente interrotto in conseguenza della sfavorevole congiuntura del 1927. E` su questo quadro generale di disoccupazione, di arretratezza e di miseria che si appuntano le critiche al regime che vengono sempre piu` numerose non solo dalle popolazioni rurali, ma anche dai nuclei sempre attivi di classe operaia, soprattutto nella zona mineraria, dove di frequente la polizia segnala la presenza di volantini contro Mussolin e il fascismo o lapropaganda di singoli militanti; gli scioperi nelle miniere, del resto, continuano quasi senza interruzioni almeno fino al 1931, in concomitanza con la grave crisi del settore, e manifestazioni d’ostilita` al regime sono registrate quasi quotidianamente dalla polizia. Nelle diverse espressioni di questo malessere ritornano spesso le argomentazioni di cui si fanno portatori, nelle loro lettere, molti dei sardi che, emigrati negli anni del dopoguerra, scrivono alle famiglie o ai parenti rimasti in Sardegna.
Contrariamente alle statistiche ufficiali, questi nuclei dell’emigrazione sarda sono d’una certa consistenza, e siccome la solidarieta` regionale tende a organizzarli in gruppi, circoli, leghe e ‘‘fratellanze’’, e` qui che si esercita la propaganda antifascista dei leader sardi costretti all’esilio: a partire dal 1929, anno del suo arrivo in Francia dopo la fuga da Lipari, Lussu pensa a questi gruppi sardi (tra i quali sono numerosi anchei suoi soldati d’untempo) come alla spina dorsale d’una ‘‘legione antifascista’’ da guidare in un’azione di tipo insurrezionale verso l’Italia. Prima del suo lungo ritiro dalla milizia attiva per la grave malattia ai polmoni che lo costringera` all’inattivita` per diversi anni (dalla fine del 1934 a meta` del 1937 sara` ricoverato in diversi sanatori), Lussu percorre la Francia visitando, stimolando e organizzando gruppi di emigrati sardi (minatori nel Marsigliese e nella Meurthe-et-Moselle, dove a Longwy la ‘‘Fratellanza sarda’’ e` il gruppo regionale piu` numeroso di quell’importante centro minerario, operai dell’edilizia e dell’industria meccanica a Parigi e nei cantieri di Marsiglia). Altrettanto fara`, piu` tardi, Velio Spano, riparato clandestinamente in Francia dopo avere scontato una parte della condanna a 5 anni e 6 mesi comminatagli dal tribunale speciale. Spano sara` attivo, alla fine degli anni Trenta, soprattutto in Tunisia, dove esiste una numerosa colonia sarda: scrivendo sul comunista ‘‘Il Giornale’’ e sull’antifascista ‘‘L’Italiano di Tunisi’’, Spano dedichera` la sua attenzione agli avvenimenti di Sardegna, firmando i suoi ‘‘pezzi’’, puntati quasi tutti sulla nascita di Carbonia e lo sviluppo dell’industria autarchica, con lo pseudonimo di ‘‘Antiogheddu’’.
Chi scrive dall’estero sa di trovare, in Sardegna, consonanza di opinioni e di sentimenti nei confronti del regime. Lo stesso Lussu continua a tenersi in rapporto, per diverse vie, con gli amici sardi, e quando nel 1935 Michele Giua (nato a Castelsardo nel 1899), professore di chimica a Torino, organizza una colletta per permettere all’amico di affrontare le spese della lunga degenza nel sanatorio di Clava del-Davos, dove viene anche operato per frenare la tubercolosi, Michele Saba viene nuovamente arrestato perche´ il suo nome figura come quello di chi ha raccolto dei fondi in Sardegna (Giua e un numeroso gruppo di aderenti a GL vengono condannati a pene diverse: Giua, che gia` nel 1933 aveva abbandonato l’Universita` per non giurare fedelta` al fascismo, avra` 15 anni di carcere). «Il fascismo – ha scritto Lussu nel 1932 nell’opuscolo clandestino La Rivoluzione antifascista, spedito nell’isola in numerosi esemplari – crede di avere trionfato in Sardegna. Il ‘‘sardismo’’, in Sardegna, e` il fuoco sotto la cenere». Proprio per questo e` Lussu che tiene le fila di gran parte dei rapporti ‘‘politici’’ con l’isola e con il resto dell’emigrazione: per esempio con Cicito Anfossi (nato a  La Maddalena, 1896), comunista sin dal 1921, che nel rione bonaerense di Avellaneda ha fondato una Lega sarda d’azione denominata ‘‘Sardegna Avanti’’; e` a Lussu che nel 1932 fa capo il giovane repubblicano cagliaritano Silvio Mastio (nato a Cagliari nel 1901), che dal Messico gli invia il proprio testamento politico prima di imbarcarsi con un corpo di liberazione del Venezuela (cadra` in battaglia subito dopo lo sbarco e sara` nominato colonnello alla memoria); e` a Lussu – secondo la ricostruzione di Giuseppe Fiori – che si e` rivolto anche l’anarchico Michele Schirru (nato a  Padria nel 1890), che nel suo viaggio verso l’Italia fa tappa a Parigi: Schirru, che e` maturato a New York nell’ambiente degli anarchici sardi (fra cui i suoi compagni di lotta Antonio ‘‘Joe’’ Meloni, nato a Pozzomaggiore, 1896, e Salvatore Dettori, nato a Pozzomaggiore, 1891), sara` arrestato a Roma e, condannato a morte sotto l’accusa di avere ‘‘pensato’’ di uccidere Mussolini, sara` fucilato il 29 maggio 1931 da un plotone della Milizia fascista, composto da volontari sardi che avevano chiesto l’onore di quella esecuzione. Soltanto nella seconda meta` degli anni Trenta il fascismo dara` un altro giro alla sua ‘‘catena’’ per impedire l’emigrazione: ma mentre le cifre ufficiali segnano un forte calo negli espatri, i rapporti di polizia cominciano a infittirsi di espatri clandestini. Solo di rado essi nascono da motivi politici, ma pure segnalano il malessere economico e sociale. Un dato parziale ma forse significativo: in provincia di Sassari, 12 espatri clandestini verso la Corsica fra luglio e settembre del 1937, altri 19 da questo mese al gennaio 1938.
E quando, in Francia, il governo Blum instaurato dalla vittoria del Fronte Popolare comincia a varare la sua legislazione sociale, le lettere degli emigrati portano nelle case dei parenti sardi l’eco delle conquiste del movimento operaio e insieme il ‘‘rumore’’ della liberta`.

LE GUERRE DEL FASCISMO
La guerra contro l’Etiopia segna una svolta nella condizione anche economica dell’isola: perche´ quella ‘‘emigrazione forzata’’ che e` l’arruolamento di volontari (soldati e manovali) per l’Africa Orientale Italiana, con i relativi salari e i sussidi alle famiglie, agisce da valvola di sfogo alla disoccupazione e, nel Nuorese, persino alla criminalita`, come non possono fare a meno di notare gli stessi prefetti. Ancora nel 1937 ripete questa raccomandazione in un suo rapporto riservato il questore di Sassari, che lamenta che non tutte le domande dei volontari per l’Africa Orientale Italiana, conquistata ma ancora da ‘‘colonizzare’’, vengano accolte. A questo punto, pero`, il fascismo e` gia` intervenuto a fianco di Franco nella guerra civile spagnola e molti sardi, che si imbarcano a Napoli convinti di andare in Africa, si ritrovano a Cadice come soldati del CTV (Corpo Truppe Volontarie), il corpo di spedizione italiano in Spagna: d’altra parte, ogni ‘‘legionario’’ riceve 20 lire al giorno, piu` un’integrazione di 150 lire al mese versata dal governo golpista; per un confronto, basta tenere presente che in quegli stessi anni 1937-39 i salari dei minatori sardi andavano da 15-18 a 17-23 lire al giorno, quelli degli operai da 10-12 a 14-15. Come nella guerra di Spagna verranno a trovarsi di fronte, gli uni contro gli altri, gli italiani del CTV egli italiani delle Brigate Internazionali, cosi` anche
questa duplice ‘‘emigrazione’’ sarda s’affronta sotto le due bandiere: piu` consapevole ma in qualche misura anche piu` ‘‘disperata’’ quella di parte fascista, piu` matura e piu` decisa quella che si batte per la causa della liberta` repubblicana, cresciuta nella dura esperienza dell’emigrazione sino a riconoscere nel fascismo il braccio armato del sistema economico-politico che li ha espulsi dall’isola. Alcuni sardi sono anzi tra i primi ad accorrere in aiuto della Repubblica; a monte Pelato, nel primo scontro ‘‘militare’’ fra formazioni delle due parti, dei 9 caduti italiani nella colonna Ascaso-Rosselli due sono sardi: Giuseppe Zuddas (nato a Monserrato nel 1898), che muore in combattimento, e Pompeo Franchi (nato a Nuoro, 1905), che, ferito nella battaglia, morira` di li`a qualche giorno nell’Ospedale di Le´rida. Zuddas, gia` dirigente della gioventu` regionale sardista, era emigrato a Parigi sin dal 1924; dopo l’arrivo di Lussu era stato cooptato nel Comitato centrale di GL; partito per la Spagna al primo appello di Rosselli, cade il 28 agosto, a poco piu` di un mese dall’alzamento dei generali ribelli: nel suo portafoglio troveranno la tessera del PSd’Az. Franchi e` invece anarchico: appartiene cioe` a uno dei filoni piu` interessanti dell’antifascismo sardo, piu` rispondente – sembrerebbe – alle forme di sovversivismo spontaneo delle plebi rustiche isolane e in parte anche del proletariato industriale, in particolare di quello che viene forzatamente integrato al ‘‘modo di produzione’’ delle zone minerarie e che proviene in gran parte dalla campagna.
‘‘Anarchico’’ e`, sino al periodo fascista, la definizione corrente che la polizia giolittiana da` di tutti i sovversivi, cosi`come, dal 1926 in poi, saranno tutti ‘‘comunisti’’. D’altra parte la presenza a Barcellona delle grandi organizzazioni dell’anarchismo iberico attira gli anarchici sardi dell’emigrazione alla difesa della Repubblica. Nella stessa colonna Ascaso-Rosselli combatte anche l’anarchico Tommaso Serra (nato a Lanusei, 1900), perseguitato da tutte le polizie europee, che fara` parte del Comitato del Fronte della colonna e le cui corrispondenze appaiono su ‘‘Guerra di classe’’, il giornale della FAI-CNT redatto in italiano da Camillo Berneri (lascera` la Spagna nell’autunno del 1937dopo essere stato incarcerato dalla polizia comunista a Barcellona). Ma anche diversi comunisti sardi sono in Spagna fin dal primo momento della guerra. Esemplare e` il caso di Paolo Comida (nato a Ozieri, 1899), che allo scoppio della rivolta e` a Barcellona, dove si e` recato, forse dal Marocco, per assistere alle Olimpiadi Popolari, organizzate dalla Repubblica in polemica con quelle ‘‘naziste’’ di Berlino. Si arruola subito e cade a Tardienta il 22 agosto, insieme con la giornalista inglese Virginia Browne, accorsa anche lei in aiuto della Repubblica. Ma prima che i comunisti vadano a ingrossare le file delle Brigate Internazionali sono gli anarchici che sostengono, specie in Catalogna, il peso dell’offensiva franchista. Fra questi sono anche molti sardi: fra gli altri Pasquale Fancello (nato a  Dorgali, 1891), che porta con se´ anche la moglie Giovanna Maria Gisellu (nata a Dorgali, 1893), Pietro Golosio (nato a Mamoiada, 1904) e suo fratello Domenico (nato a  Mamoiada, 1910), Giovanni Dettori (nato a Orgosolo, 1899), detto ‘‘BandeNere’’. Dettori e` uno dei personaggi piu` in vista della colonia sarda a Tunisi: arrestato nel 1931, era stato assegnato per tre anni al confino di Ponza e, emigrato in Tunisia, vi aveva fatto anche da testa di ponte per le comunicazioni con il centro parigino di GLe la Sardegna. Ferito una prima volta, torna al fronte e muore, presso Teruel, nel gennaio del 1937.

IL ‘‘CASO MACCIONI-GIACOBBE’’
La sua morte da` il via a Nuoro a un drammatico episodio dell’antifascismo sardo: una lettera che annuncia la sua morte e` comunicata, con una serie di commosse osservazioni, da Graziella Sechi, moglie di Dino Giacobbe e cognata di Antonio Dore, all’amica Mariangela Maccioni Marchi, ‘‘sa mastra Marianzela’’. Ne viene informata la polizia che procede all’arresto delle due donne, fatte poi segno a un velenoso commento del giornale fascista ‘‘Nuoro littoria’’; quando Giacobbe sfida a duello l’autore, quello lo fa arrestare. Giacobbe e` da tempo in contatto clandestino con Lussu, che sostiene che nell’esercito repubblicano c’e` bisogno soprattutto di ‘‘tecnici’’, cioe` di ufficiali che abbiano gia` esperienza di guerra, com’e` appunto Giacobbe. Cosi`, poco tempo dopo la liberazione della moglie, nel settembre 1937 Giacobbe espatria clandestinamente, raggiunge dalla Corsica Parigi e da qui e` in pochi giorni ad Albacete. Nell’ultima fase della guerra comandera` una batteria di artiglieria intitolata a Carlo Rosselli: sulla bandiera rossa, i quattro mori di Sardegna sono disposti intorno alla spada di GL. Per l’episodio che l’aveva portata in carcere la Maccioni sara` espulsa dall’insegnamento, unica fra tutti gli insegnanti sardi contro cui il regime abbia adottato una misura cosi` drastica: forse per la necessita` di dare un esempio al combattivo ambiente dell’antifascismo nuorese, forse anche per colpire il prestigio che la Maccioni esercitava su molte amiche barbaricine (fra cui la sardista Marianna Bussalay, nata a Orani nel 1904, piu` volte inquisita dalla polizia fascista). Giacobbe e` pero` l’unico dei sardi a raccogliere l’invito di Lussu. Forse seguendo la stessa suggestione arriva in Spagna, contemporaneamente a Giacobbe, un altro sardo, il cagliaritano Cornelio Martis (nato a Guspini, 1905), che conosce gia` l’antifascismo internazionale e che espatria anch’egli clandestinamente: dopo la battaglia dell’Ebro, quando nelle file dell’esercito repubblicano si scatena il sospetto stalinista della ‘‘quinta colonna’’, sara` giustiziato da un commissario politico del suo battaglione. In Spagna e` anche Velio Spano, che, incaricato prima della propaganda verso l’Italia da Radio Barcellona e poi delle trasmissioni della seguitissima Radio Milano Liberta`, riesce anche ad arrivare al fronte, dove combatte sullo Jarama. Da Radio Barcellona parla anche Pietro Golosio, che farebbe parte dello staff di Largo Caballero. Al fronte arriva anche Lussu, che pero` deve subito ripartire alla notizia dell’assassinio di Carlo Rosselli (10 giugno 1937).

AFRICA E SPAGNA
Da una parte e dall’altra la percentuale dei caduti sardi nella guerra di Spagna in rapporto al totale dei caduti italiani e` superiore al rapporto percentuale fra popolazione sarda e popolazione italiana: la Sardegna,
che ha il 2,4% della popolazione nazionale, ha 219 caduti, 149 nell’esercito e 70 nella MVSN; essi rappresentano l’8,3% dei caduti italiani del CTV e il 4% di quelli della Milizia. Sul fronte repubblicano i circa 20 caduti sono oltre il 3% dei circa 600 caduti fra i combattenti per la liberta` della Spagna. (In Africa i caduti sardi erano stati soltanto 94). Come si spiega questo dato?
Una maggiore disponibilita` dei sardi, fascisti o antifascisti che fossero, a ‘‘tagliarsi i ponti alle spalle’’, determinata dalla problematica condizione economico- sociale dell’isola (per i ‘‘volontari’’ fascisti) e dalle stesse difficolta` della vita dell’emigrazione (per i volontari ‘‘internazionali’’)? Oppure e` la straordinaria forza d’attrazione che esercitano (nel caso della partecipazione antifascista) figure leggendarie come quella di Lussu? Certo in questa occasione piu` che in altre e` possibile intuire i caratteri tipici dell’emigrazione antifascista sarda (e forse dello stesso antifascismo sardo nella sua globalita`): popolare, per molti versi istintivo, nutrito piu` che di rassicuranti analisi politiche di una forte carica etica di tipo ‘‘sovversivo’’, che porta a una spontanea radicalizzazione nei confronti del potere istituzionalizzato.
E`quanto accadra` anche al momento della Resistenza.

GLI ANNI DEL CONSENSO
Gli anni immediatamente successivi all’impresa d’Africa sono stati chiamati ‘‘gli anni del consenso’’. In realta`, in Sardegna non si attenuano, anzi crescono, gli episodi d’opposizione al fascismo,persino in presenza di quelli che paiono, anche sul piano economico interno, alcuni successi del regime. Sebbene i prezzi abbiano preso a crescere anche rapidamente (in piu` di un caso del 30-40%), alcune buone annate agrarie (come quella buonissima del 1938), l’alleggerimento della pressione della manodopera attraverso la mobilitazione militare, l’estendersi dei lavori pubblici, la politica di bonifica integrale (anche se alla fine del conflitto si dovra` prendere atto che degli 890 000 ha su cui essa si sarebbe dovuta estendere ne sono stati realmente bonificati soltanto 90 000), la diminuzione della mortalita` per malaria – combattuta con campagne capillari di profilassi preventiva – si aggiungono ad alcune imponenti iniziative del regime come la fondazione delle ‘‘citta` nuove’’ nelle zone della bonifica (Mussolini a nella zona dell’Arborense, presso Oristano, dove peraltro il risanamento idraulico e l’impianto dell’agricoltura irrigua erano stati gia` avviati sin dagli anni del primo dopo guerra, e Fertilia, nella Nurra algherese, inaugurata l’8 marzo 1936), mentre lo sviluppo dell’industria carbonifera in un distretto del Sulcis, dettato dalla politica autarchica, mette capo alla fondazione di Carbonia (12 dicembre 1938) e a una rapida espansione di quel settore estrattivo che attirera` nella zona masse di contadini e di pastori senza terra. Gli episodi di rifiuto del regime si moltiplicano, peraltro, proprio nel distretto minerario, dove la classe operaia trae spunto dalla sua stessa crescita per contrapporsi allo Stato-datore di lavoro. Del resto, la classe operaia delle miniere ha una tradizione di lotta che – come si e` detto – non era venuta meno sino agli inizi degli anni Trenta, passando anche, a volte, per il tramite degli stessi sindacati fascisti. Ma a fianco della lotta sindacale vera e propria c’era anche l’azione dei gruppi che si rifacevano ai filoni sempre vivi della cultura operaia, specie nell’Iglesiente: quello socialista, quello anarchico e, sulla base degli agitatori che arrivavano anche dall’estero (come Giuseppe Saba, nato a Guspini, 1904, spesso segnalato dalla polizia), anche comunista: piu` d’una volta vengono scoperti o denunciati interi gruppi organizzati che distribuiscono stampa clandestina prodotta all’estero dal PCd’I e da altre forze antifasciste e svolgono propaganda sovversiva porta-a-porta.E` un’azione minuta e frammentaria che coinvolge pero` strati abbastanza larghi di militanti, spesso anche giovani, a fianco ai quali emergono figure di irriducibili avversari del regime (come gli iglesienti Antonio Salidu, nato nel 1907, e Pietro Cocco, nato nel 1917, due volte assegnato al confino). Sono questi gruppi e queste singole individualita` che mantengono, nel tempo, una tensione antagonistica che tocchera` il suo apice nella primavera del 1937, quando prima a Iglesias e poi in diversi altri punti della Sardegna le manifestazioni di avversione al regime verranno diffondendosi al punto che i fascisti dovranno scendere in piazza in prima persona riesumando le ‘‘squadre d’azione’’ del 1922-26: riprendono in tutta l’isola (Sassari, Terranova Pausania, il Nuorese, Bosa, Cagliari) le bastonature degli oppositori e la somministrazione dell’olio di ricino. Iglesias, addirittura, conosce scontri quasi da guerra civile e la stessa citta` e` sottoposta, per un non breve periodo, a un vero e proprio stato d’assedio. Ma il ‘‘complotto’’ di maggiore rilievo vede coinvolto a Cagliari, nel 1936, un gruppo di militanti comunisti, che avrebbero ricostituito in citta`, secondo i convincimenti della polizia, la sezione del PCd’I. Vengono fermate 32 persone, fra le quali l’operaio Angelo Pinna (nato a Cagliari, 1900), gia` arrestato nel maggio 1926 per propaganda sovversiva, l’operaio delle saline Giorgio Bellisai (nato a Cagliari,1910), l’impiegato Francesco M.Fois (nato a Florinas, 1885), il gasista Giuseppe Paluma (nato a  Cagliari 1912: avrebbe organizzato una sottoscrizione ‘‘Pro Spagna rossa’’), e, accanto a molti giovanissimi, segno dell’opera di proselitismo condotta dal nucleo dei ‘‘vecchi’’, alcuni capi storici del PCd’I cagliaritano come Carlo Manunza, Giovanni Lay, Albino Norfo (due anni di reclusione nel 1930 per attivita` sovversiva) e Giovanni Pinna (tre anni di confino nel 1927). Il 27 ottobre 1937 il tribunale speciale assolve la maggior parte degli imputati, ma distribuisce ad altri nove 33 anni di reclusione.Nello stesso periodo la polizia denuncia un complotto ‘‘antinazionale’’ di un gruppo di comunisti-sardisti che fanno capo a un contadino diciannovenne, Antonio Tinti, di Monserrato, e a un muratore ventunenne, Mario Corona, anche lui di Monserrato. Il 19 aprile del 1939 il tribunale speciale li condanna a 5 anni di carcere e insieme a loro condanna a cinque anni Silvio Floris, 20 anni, di Bolotana, marinaio di leva, e a un anno Sebastiano Tosciri, 23 anni, falegname di Macomer. Nel 1939 il pittore Carmelo Floris (nato a Olzai, 1891) viene fermato alla frontiera di ritorno da Parigi: perquisito, si trova nella sua valigia a doppio fondo materiale di propaganda di GL, che Lussu gli ha affidato. Condannato a 5 anni di confino, che scontera` fra le Marche e le Tremiti sino al 1942, sara` privato anche della medaglia d’argento al V.M. della prima guerra mondiale. Ma e` la seconda guerra mondiale, in Sardegna come in ogni altra parte d’Italia, a far precipitare la latente, a volte inconsapevole avversione al regime in una opposizione sempre piu` aperta, man mano che la guerra di Mussolini procede verso il suo esito fatale: i bombardamenti delle citta`, i sacrifici alimentari e l’isolamento allargheranno rapidamente la frattura.

[MANLIO BRIGAGLIA]
VITA DI TOMMASO SERRA, ANARCHICO DI SARDEGNA

La vita di Tommaso Serra, nato a Lanusei nel 1900 e scomparso a Barrali nel 1985, è stata raccontata dallo storico sassarese Francesco Manconi nel primo volume dell’opera dedicata all’Antifascismo in Sardegna e curata dallo stesso Manconi insieme a Manlio Brigaglia, Antonello Mattone e Guido Melis (Cagliari, Edizioni Della Torre, 1986, 2 volumi; da questo testo traiamo alcune citazioni).
Una vita avventurosa e movimentatissima, dominata da una forte fede anarchica. Cresciuto in una famiglia numerosa e molto povera, Serra emigrò sin dai 15 anni e raggiunge ben presto la Francia, dove fu in varie località e dedito ad attività diverse: nelle ferrovie, nell’edilizia, in una fabbrica di gas asfissianti, in una fonderia. Apprezzato per la vivacità dell’intelligenza, entrò ben presto a far parte dei gruppi anarchici e si gettò nell’attività politica. Dopo un tentativo, poco riuscito, di diffondere le sue idee in Sardegna, compiuto nel 1925 col cugino Paolo Puddu, fu di nuovo in Francia ma, accusato per un attentato dinamitardo e per un furto di esplosivo, fu imprigionato e poi espulso. Riparò allora in Lussembrgo e trovò lavoro col cognome trasformato in Perra. Condannato per furto e per aver usato false generalità – Giuseppe Pinna – fu espulso anche da questo paese. Era segnalato ormai come “anarchico pericoloso” da molte polizie europee, e la sua corrispondenza, diretta ai familiari che si erano trasferiti a Barrali, veniva controllata, tanto che si è conservata presso il Ministero dell’Interno: «Una testimonianza dolorosa delle inaudite sofferenze all’estero di un fuoruscito politico di modesta condizione sociale ed allo stesso tempo dell’angustia del militante per le incomprensioni dei familiari, ma anche un esempio luminoso di impegno politico antifascista e di coerenza ideale». La sua attività politica continuava ad intensificarsi, e doveva perciò nascondersi alle autorità e alla polizia, che cercavano di tenerlo sotto sorveglianza e lo perseguivano con sempre nuove misure repressive, espulsioni, ritiri del passaporto ecc. Ha inizio così un periodo turbinoso nel quale Serra, giocando sulla sua abilità e sulla conoscenza delle lingue, si muove clandestinamente – e cambiando continuamente nome – da una parte all’altra d’Europa, alternando periodi di lavoro ad altri in cui scompare e si dedica ancora più attivamente alla propaganda e ai contatti con i gruppi anarchici e comunisti. Viene segnalato in varie località del Belgio, in Francia, in Svizzera, dove incontra Lussu, in Germania, quindi di nuovo in Svizzera per finire a Parigi. Riconosciuto di tanto in tanto, e in qualche caso imprigionato, riesce poi a riprendere la sua attività, e a superare anche i disagi dovuti a un tumore che lo aveva colpito alla lingua e costretto a un intervento chirurgico. In un dispaccio del Ministero degli esteri del 1931 veniva segnalato come «sconosciuto denominato Il Barba”: "Si tratta di quell’uomo piccolo smilzo e barbuto, apparentemente tubercolotico, che ora fa il distributore, ora il venditore di giornali anarchici, ora affiora a Rosenau, ora a Loechle Kembs, ora a Huningue, ora a St. Louis. Non ho potuto sapere dove effettivamente abbia la sua dimora, se ne ha una. Vive evidentemente allo stipendio dei comitati anarchici e comunisti…» Riuscì a proseguire nella sua attività ancora per alcuni anni, sempre braccato per tutta Europa, fino a quando, nel 1936, si trasferì in Spagna per schierarsi al fianco dei “rossi” e partecipò ad alcune battaglie dimostrandosi «combattente assai audace e pieno di odio contro gli avversari». Finita quell’esperienza riprese la vita di clandestino per i paesi d’Europa, sino a quando lo scoppio della guerra e l’invasione della Francia da parte dei nazisti lo ricondussero in Italia, dove fu prima al confino a Ventotene poi in un campo di concentramento. Liberato nel 1943, raggiunse Roma dove prese contatto con le formazioni partigiane, scampò per caso all’eccidio delle Fosse Ardeatine e rimase sino all’arrivo degli alleati. Nel 1944 rientrò in Sardegna e si stabilì a Barrali dove, negli anni Sessanta, fondò, «ispirandosi alle collettività catalane degli anni Trenta, la ‘collettività anarchica di solidarietà’, i cui aderenti si dedicano alle coltivazioni agricole, all’allevamento dei suini, all’apicoltura».

 

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